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Bei, Scannapieco: ecco come far ripartire investimenti pubblici

sabato 28 luglio 2018
3' di lettura

Roma, 26 lug. (askanews) - Gli investimenti pubblici in Italia ancora latitano: in percentuale al Pil sono calati di circa il 20% rispetto al periodo pre-crisi: erano il 21,6% del Pil nel 2007 e sono passati al 17,5% nel 2017, valore tra i più bassi di tutta l'Ue. Come farli ripartire? Dario Scannapieco, vicepresidente della Banca Europea per gli Investimenti (Bei), rivendica con orgoglio il ruolo ddell'istituzione 'volano' nell'attuazione del Piano Juncker (Efsi) che, con oltre 898 operazioni approvate e 65,5 miliardi di finanziamenti, ha creato finora nel Vecchio Continente oltre 750 mila nuovi posti di lavoro che diventeranno 1,4 milioni nel 2020. E, per l'Italia, raccoglie la sollecitazione del ministro dell'Economia Giovanni Tria consigliando una strategia a più stadi per aumentare gli investimenti sfruttando risorse che spesso già ci sono: rafforzare le strutture tecniche degli enti locali, con un forte coordinamento centrale. E far decollare gli investimenti per prevenire il dissesto idreologico, che si ripagano due volte da soli in termini di Pil e di prevenzione di costi. "Vanno assolutamente rafforzate - ha detto il vicepresidente Bei in una conferenza stampa rispondendo ad Askanews - le strutture tecniche degli enti e dei promotori. Oggi con la crisi che c'è stata sono state tagliate molte posizioni della pubblica amministrazione e si sono perse le competenze tecniche e quindi diventa tutto quanto molto più difficile da realizzare e monitorare". Esempi recenti dimostrano che ciò è possibile: "Abbiamo esempi - spiega Scannapieco - in cui strutture tecniche sono state messe in piedi e hanno funzionato, per tutto il Piano Scuola, che secondo i nostri ingegneri - tedeschi, olandesi - è considerato un'eccellenza del sistema di programmazione e monitoraggio". Quindi, sottolinea seve un "forte coordinamento centrale con la struttura 'hub and spoke',(mozzo e raggi di una ruota, ndr) con penetrazioni territoriali sulle regioni, ma con un coordinamento centrale forte e competenze tecniche molto forti. Non è un caso che in una parte del piano Juncker, l'advisory hub, abbiamo ricevuto 65 richieste di assistenza tecnica proprio per aiutare a prioritizzare, programmare e realizzare gli Investimenti". Il vicepresidente segnala che d'altronde "c'è un programma che è gestito dalla Bei per aiutare i Paesi a spendere e a programmare i fondi strutturali europei sui grandi progetti, per esempio nel vecchio periodo di programmazione i nostri ingegneri hanno consentito di salvare oltre 2 miliardi di fondi infrastrutturali su grandi infrastrutture di trasporto, sedendosi a fianco delle strutture delle regioni per preparare le fiche di progetto, la fasizzazione per vari periodi di programmazione. Quindi forte supporto tecnico". "E poi - sottolinea ancora Scannapieco - ci sono delle aree dove secondo me - ripeto, l'investimento pubblico è necessario - secondo le stime dell'Anci ogni anno abbiamo 3,5-4 miliardi di euro di costi derivanti dal dissesto idrogeologico: allora qui secondo me è un campo in cui bisogna intervenire perchè avremmo il doppio effetto di mobilitare risorse e dare un contributo alla crescita economica e dall'altra parte ridurre costi di circa 4 miliardi l'anno che incidono sul Paese. Di recente abbiamo approvato una linea di credito di 400 milioni per alcuni progetti prioritari, speriamo che vengano utilizzati quanto prima dal ministero dell'Ambiente in coordinamento col ministero del Tesoro". Secondo i dati Bei l'Italia è il secondo Paese beneficiario del Piano Juncker in Europa, ma il primo Paese per le Pmi: ne sono state sostenute con i fondi comunitari dedicati ben 213 mila. Alcuni esempi di realizzazione del Piano Juncker in Italia? L'Ospedale di Treviso, la nuova connessione elettrica tra Francia e Italia, la raffineria di Milazzo, l'acquedotto pugliese.

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Henner indaga la fotografia nell'era dell'intelligenza artificiale

Modena, 12 mar. (askanews) - La moglie di Lot trasformata in sale, Giona nella balena, la Creazione del mondo: fotografie scattate con una Polaroid molto prima che la Polaroid esistesse. E' il paradosso che abita "Seeing is Believing - Vedere per Credere", prima personale italiana di Mishka Henner a Fondazione Ago di Modena. Un artista che usa l'intelligenza artificiale per rimettere in discussione tutto quello che crediamo di sapere sull'immagine fotografica.

"Nel 2026 - spiega la curatrice Chiara Dall'Olio - ricorrono i duecento anni dall'invenzione della fotografia e Modena, città della fotografia e riconosciuta dall'UNESCO per le media arts, voleva rendere omaggio a questa arte. Abbiamo quindi unito le due cose, chiedendo a un artista che lavora con i nuovi strumenti di creazione dell'immagine - dall'intelligenza artificiale in poi - di rispondere a una domanda: cos'è oggi la fotografia?".

Quattro sezioni: dalla parola - con 1.400 definizioni di "cos'è la fotografia" raccolte sul web italiano - agli episodi biblici resi Polaroid, fino ai ritratti di San Francesco, San Pietro, Santa Brigida: icone generate dall'IA che risultano più realistiche dei dipinti medievali da cui nascono. Credibili. Ma non reali.

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Il percorso si chiude con un'unica opera: uno schermo che scorre lentamente attraverso tutti i sedici milioni di colori che la luce digitale può generare. Come una vetrata istoriata. Ma contemporanea. "Il modo in cui usiamo schermi e dispositivi oggi - spiega l'artista - li portiamo con noi quasi come reliquiari. Sono oggetti sacri".

"Noi - conclude Dall'Olio - chiediamo al visitatore di fare come tabula rasa e innanzitutto chiedersi, quasi prima di entrare, che cos'è per me la fotografia oggi".

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"Imprese italiane più attente a rischi digitali, ma ancora non basta"

Roma, 12 mar. (askanews) - Generali ha presentato a Roma il terzo rapporto Cyber Index PMI, l'indice che valuta il livello di consapevolezza e maturità delle piccole e medie imprese italiane nella gestione dei rischi digitali. Dal Rapporto merge che le piccole e medie imprese italiane raggiungono un livello di consapevolezza in materia di sicurezza digitale pari a 55 punti su 100, in crescita di 3 punti rispetto al 2024 e di 4 punti rispetto al 2023.

"È un rapporto - ci ha spiegato Massimo Monacelli, General Manager di Generali Italia - che mette in luce che dei progressi si stanno facendo, in media la consapevolezza delle nostre imprese aumenta, ma c'è una percentuale ancora troppo ridotta di imprese che possiamo considerare mature nell'affrontare questi rischi. Ci si deve continuare a impegnare, tenendo conto del fatto che i rischi digitali riguardano sia la singola piccola media impresa sia intere filiere che possono essere contagiate da questi rischi e con un effetto domino generare una instabilità di tutto il nostro sistema Paese".

Solo il 16% delle PMI presenta una postura di sicurezza adeguata, ma per la prima volta le imprese "mature" superano numericamente le "principianti" Il rapporto evidenzia quindi un percorso di maturazione delle imprese, sebbene complessivamente non si raggiunga la soglia di sufficienza fissata a 60 punti su 100, ma sottolinea pure una marcata polarizzazione tra un nucleo ristretto di imprese più mature e una vasta platea ancora esposta ai rischi.

"Abbiamo un rischio - ha aggiunto Barbara Lucini, Responsabile Country Sustainability & Social Responsibility di Generali Italia - se siamo eccessivamente ottimistici rischiamo che questo messaggio faccia abbassare la guardia in un momento in cui le sfide offensive dei cybercriminali crescono. D'altra parte dobbiamo evitare anche sfiducia e allarmismi, perché invece una corretta postura cyber si può rivelare, benché presente oggi in una parte ancora minoritaria delle imprese italiane, in una grande leva di competitività e di crescita. Quindi è lì che vogliamo arrivare: passare dal sapere che c'è un rischio a sapere cosa fare. Questa è una sfida che, come Generali e insieme ai nostri partner abbiamo preso con convinzione e che porteremo nei prossimi mesi anche in tanti territori italiani, proprio per andare vicini alle imprese".

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Iran: "Non abbiamo minato Hormuz, ad alcune navi concesso transito"

Teheran, 12 mar. (askanews) -L'Iran non ha posato mine nello Stretto di Hormuz. A sostenerlo è il viceministro degli Esteri iraniano Majid Takht-Ravanchi, dopo che il presidente americano Donald Trump ha detto che le forze statunitensi avrebbero colpito 28 navi posamine iraniane nella via d'acqua da cui transita un quinto del petrolio mondiale e che rimane chiusa a quasi tutte le petroliere.

"Non è vero che l'Iran ha posato delle mine nello Stretto di Hormuz", ha dichiarato Takht-Ravanchi in un'intervista ad Afp a Teheran, quando gli è stato chiesto di confermare o meno la notizia.

Teheran ha tuttavia confermato di avere consentito alle navi di alcuni paesi di attraversare lo Stretto, mentre Hormuz rimane di fatto chiuso dopo gli attacchi israelo-americani contro la Repubblica islamica.

"Alcune navi, alcuni Paesi ci hanno già parlato della possibilità di attraversare lo Stretto e abbiamo collaborato con loro", ha dichiarato Takht-Ravanchi durante l'intervista.

"Per quanto riguarda l'Iran, riteniamo che quei Paesi che hanno aderito all'aggressione non dovrebbero beneficiare di un passaggio sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz", ha concluso.

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