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Joseph Kosuth il grande concettuale: l'arte è sempre linguaggio

sabato 27 maggio 2017
3' di lettura

Londra (askanews) - Una nuova installazione di uno dei più grandi artisti viventi che dialoga con una serie di giganti del passato nello spazio della Galleria Mazzoleni di Londra. "Colour in Contextual Play" è il progetto realizzato da Joseph Kosuth, vera leggenda dell'arte concettuale, che ha attinto a opere di Fontana, Manzoni, Castelani e Yves Klein per riformulare, in un ambiente di forte impatto, una sorta di nuova teoria dei colori, naturalmente partendo dal punto cardine di tutta la sua ricerca, ossia il rapporto tra le parole e i concetti e gli oggetti che queste vanno a definire. "Ogni esperienza di un'opera d'arte - ha detto Kosuth ad askanews - è completamente organizzata, modellata, fraintesa, esaltata e quant'altro dal linguaggio. Ogni oggetto naviga in un mare di parole, ma il linguaggio nell'arte veniva sempre usato in modo non critico. Io ho voluto invece che il linguaggio entrasse criticamente e dalla porta principale". In qualche modo Kosuth, forse il più radicale tra gli artisti che si sono imposti sulla scena internazionale a partire dagli anni Sessanta, mette di nuovo in mostra la propria visione filosofica, ricorrendo alla inevitabile tautologia per prendere il toro per le corna e arrivare faccia a faccia con la vera domanda su che cosa sia l'arte, che per lui resta qualcosa di sganciato dall'estetica. "Noi - ha aggiunto l'artista - abbiamo reazioni estetiche a qualunque fenomeno, che si tratti di arte oppure no. La mia considerazione era sull'esistenza di una particolare relazione tra estetica e arte. Io credo che ci sia un errore filosofico nel ritenere che l'arte riguardi l'estetica, non è così: noi possiamo provare emozioni estetiche di fronte a un magnifico tramonto, ma questo non ne fa un'opera d'arte, resta un evento naturale. Pensare all'arte solo in termini estetici è un grande limite per gli artisti". La mostra londinese è curata da Cornelia Lauf che, partendo da un'idea originale di Emilio Prini, ha poi sviluppato la cornice dentro la quale il lavoro di Kosuth ha guadagnato ulteriore evidenza. "L'idea della mostra - ci ha spiegato - è quella di una scatola che contiene una scatola che contiene una scatola e voleva presentare, anche a Londra, un modello di come l'arte e la storia dell'arte funzionano effettivamente come un dialogo tra gli artisti. Abbiamo lavorato sulla collezione di arte d'avanguardia della Galleria Mazzoleni e abbiamo collocato i lavori in un contesto contemporaneo". Sorprendente anche il modo in cui l'allestimento della mostra, che, in linea con la postura concettuale kosuthiana, nei fatti è la mostra, modifica gli spazi della Galleria Mazzoleni, solo con il colore, senza interventi sui muri, ma restituendo comunque una forte sensazione di movimento architettonico. "L'architettura - ha confermato l'artista americano - è sempre stata un importante componente del mio lavoro. Ho insegnato Architettura all'Università di Venezia, e l'architettura è l'ambiente naturale in cui vive un'opera d'arte. Ho sempre lavorato molto pensando in termini architettonici, a maggior ragione creando un'installazione". "Il dialogo profondo tra Joseph e la storia dell'arte - ha concluso Cornelia Lauf - è evidente nelle sue citazioni di altri artisti, come Ellsworth Kelly, Lichtenstein, Malevic, Ad Reinhardt e molti altri. Si possono anche ritrovare i colori del Pontormo, se si va alla ricerca delle origini di questo dialogo con le forme". Insomma quella che apparentemente può sembrare una mostra molto semplice e scenografica, in realtà sottende una vertigine di rimandi e di citazioni che fanno l'esatto opposto, ossia rimettere in discussione i presupposti stessi dell'arte, senza nessuna concessione alla semplificazione. E riuscire a farlo utilizzando proprio i colori più intensi è un'operazione di straniante ardimento.

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