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Il trionfo tautologico di Damien Hirst: un Tesoro che è un tesoro

sabato 27 maggio 2017
3' di lettura

Milano (askanews) - Come era inevitabile che fosse, la colossale mostra di Damien Hirst a Palazzo Grassi e Punta della Dogana a Venezia ha generato tanto entusiasmi quanto stroncature, favorendo la nascita di fazioni estreme, siano esse pro o contro il progetto dell'artista di Bristol (e di Francois Pinault). Alcuni dati, comunque la si veda, sono però incontrovertibili: la mostra "Treasures From the Wreck of the Unbeliavable" segna un nuovo paradigma con il quale in futuro non si potrà fare a meno di confrontarsi, sia per l'ardimento (o l'infinita facezia, se preferite dirlo con David Foster Wallace) dell'idea di fondo, sia per la postura dell'artista di fronte all'intero sistema dell'arte, quest'ultimo aspetto uno dei punti decisivi, talvolta forse non abbastanza sottolineato, dell'intera carriera di Hirst. Non a caso un osservatore pienamente consapevole come Germano Celant, recensendo la mostra, ha sottolineato come a Venezia l'ex cattivo ragazzo britannico abbia accelerato la fine della figura dell'artista artigiano romantico e individuale attraverso "un cambio di segno scalare e di attitudine al fare arte, in cui l'autore si fa produttore e imprenditore di se stesso per cimentarsi, in positivo e in negativo, con una dimensione planetaria dell'artefatto". E in questo contesto il kolossal hirstiano, talvota semi parossistico, diventa invece una sorta di affermazione concettuale, tanto interessante (anche per capire come si evolve il concettuale) quanto il geniale meccanismo narrativo di "contro-passato" su cui si sorregge la mostra di Palazzo Grassi e Punta della Dogana. Insomma, fingere che il tesoro del mitico collezionista Cif Amotan non navigasse - già ai sui tempi - nel grande mare del mercato oggi non ha senso, soprattutto a fronte al fatto che Damien Hirst è pienamente consapevole di dover ragionare - ha notato sempre Celant - "in termini di produzione e di risposta al mercato globale". Quel mercato che lui stesso, forse con la sua performance più grande in assoluto, ha costruito passo dopo passo. Per questo è giusto, come ha fatto il Guardian, paragonare "Treasures" al leggendario squalo sotto formaldeide, entrambi, seppur in scala diversa, vertici della produzione di un artista che, ciascuno può scegliere se del bene o del male, ha comunque dimostrato di essere un vero genio. Riempire i 5000 mq di spazio espositivo con 189 opere, alcune di dimensioni gigantesche, di per sé è un'impresa titanica. Ma, come ha scritto il New York Times, l'impresa economica è ancora più grande, poiché molte delle sculture (che in totale sono un centinaio) sono disponibili per i collezionisti in tre versioni: con i coralli, appena restaurate e in versione copia. Non basta: ciascuna in una edizione di tre, con due copie extra riservate all'artista. Considerando il livello dei prezzi di Hirst - sempre il quotidiano di New York parla di 1,5 milioni di dollari per un marmo di 1 metro e 20 e di più di 5 milioni per i bronzi più grandi - si capisce bene la tempesta perfetta che, nel silenzio ovattato della mostra, si abbatte sul mercato dell'arte. Anche questo è "Treasures", anche questa è parte della rilevanza reale del lavoro di Damien Hirst, che riesce a mettere in scena la mostra dell'anno, tra l'altro integrandosi alla perfezione con il "momentum" della Biennale d'arte, spingendo un passo più in là il territorio del contemporaneo come solo i più grandi sanno fare, ma che pure è in grado, tautologicamente come ancora oggi ci ricorda un gigante dell'arte concettuale come Joseph Kosuth, di creare un Tesoro che è realmente un tesoro. Qui si gioca la partita e qui Hirst non può fare altro che vincerla da fuoriclasse.

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