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Apre la Biennale d'arte, il volto ragionevole del contemporaneo

sabato 13 maggio 2017
3' di lettura

Venezia (askanews) - L'inaugurazione di una Biennale d'arte a Venezia è sempre un rito, talvolta glamour e stravagante, ma è anche un momento nel quale siamo chiamati a guardare e a riflettere, nel modo più vasto possibile, sullo stato del contemporaneo. E avventurarsi alla 57esima Biennale nel primo giorno di preview è un'esperienza al tempo stesso elettrizzante e complessa, condannata a priori alla precarietà delle valutazioni. Di primo acchito, però questa edizione 2017, curata da Christine Macel che ha scelto, facendo alzare qualche sopracciglio ai benpensanti, il titolo "Viva Arte Viva" sembra confermare le premesse sulle quali era stata annunciata, trovando una via per restare decisamente contemporanea, ma senza perdere la ragionevolezza. Nella mostra internazionale, infatti, si incontrano diversi linguaggi e a volte diversissime posture d'artista, ma in quasi ogni momento si sente vibrare quella condivisione e quella vocazione umanistica che il presidente della Biennale Paolo Baratta ha definito "un atto di resistenza, di liberazione e di generosità". Un'altra promessa che la mostra internazionale mantiene, in questo seguita anche da molti padiglioni nazionali, è quella del dialogo tra gli artisti e il pubblico, che in attesa degli annunciati momenti di incontro e confronto ufficiali, prende fin da subito la forma delle performance che coinvolgono la platea. Molto importante la componente dei video, che godono finalmente di una diffusa e piena rappresentanza, ma la pittura e la scultura vengono comunque valorizzate, con attenzione ai modi in cui certi media si possono aggiornare. Il suono è decisivo in molti lavori, che spesso appaiono come work in progress e poi, e qui forse c'è la vera svolta di "Viva Arte Viva", ci si imbatte, proprio appena entrati dalla porta principale del Padiglione Centrale ai Giardini, nel progetto di Olafur Eliasson "Green Light - An artistic workshop", un "atelier fondato sulla vita comune", nelle parole di Macel, dedicato in prima battuta ai migranti e ai rifugiati che vivono in Veneto e quindi agli studenti, nel quale si fabbricano lampade modulari. Forse mai la Biennale era stata così profondamente condivisa e presente nel mondo che sta fuori, oggi. Un discorso a parte lo merita poi il Padiglione Italia curato da Cecilia Alemani che, rinunciando alla anacrostica pretesa di dare una rappresentazione completa del panorama artistico nazionale, trova una sua via, attraverso il lavoro di Roberto Cuoghi, Adelita Husny-Bey e Giorgio Andreotta Calò, per creare una straordinaria mostra in tre capitoli, ma soprattutto per mappare tre vie dell'arte italiana che rappresentano vere prospettive, oltre che un progetto di piena valorizzazione dello spazio espositivo. "La novità più grande - ha detto Cecilia Alemani ad askanews - spero sia la relazione con lo spazio esistente del padiglione, per cui la mia scelta è stata quella di invitare solo tre artisti e di invitarli a instaurare una relazione con questa bellissima architettura, dando loro grandissimo spazio e anche suggerendo di utilizzarlo in profondità senza dovere creare muretti e cellette varie". In questi spazi liberati - e la liberazione è uno dei concetti ispiratori delle visione di Baratta - si assiste a qualcosa di significativo, perché i tre artisti, e la Alemani con loro, hanno saputo usare la potenza di fuoco dell'arte migliore, cosa che talvolta nel nostro Paese viene considerata quasi sconveniente. E invece "Il Mondo magico" centra davvero il bersaglio e ribadisce come si possa fare un'arte importante, riuscendo comunque a parlare al pubblico, e il caso del lavoro di Andreotta Calò è clamoroso in questo senso, anche attraverso un rinnovato linguaggio delle emozioni, là dove sembrava impossibile trovarne.

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