Cinque Gran Premi sono abbastanza per capire una cosa: in Formula 1 gli avversari esistono ancora, ma il nemico più pericoloso spesso sta dall'altra parte del muretto. O dentro il cofano.
Antonelli continua a guidare il Mondiale come se avesse dieci anni di esperienza, ma Barcellona e Silverstone gli ricordano che una Mercedes può trasformarsi nel peggior rivale del proprio pilota. Spa gli restituisce ciò che il circuito inglese gli aveva negato, l'Ungheria gli consegna un podio costruito con velocità e controllo. Intanto Russell alterna partenze sbagliate, ritiri e rincorse: il titolo ormai sembra vederlo soltanto sulle slide del debriefing.
Ferrari è il capolavoro dell'incompiuto. Vince a Silverstone, sfiora il bis a Spa, arriva in Ungheria con l'aria della favorita e chiude quarta e quinta. Tre giorni per passare dalla soluzione al problema. Un record di efficienza, ma al contrario. E se Inghilterra e Belgio hanno riportato in primo piano il vero Leclerc, Hamilton riesce nell'impresa di litigare con commissari, strategie e cronometro in tre gare consecutive.
Verstappen resta il solito paradosso. Ogni volta raccoglie il massimo disponibile, come se il regolamento gli consentisse di sommare anche i cavalli che la macchina non possiede. Poi c’è la McLaren, con Norris che smette di farsi domande e vince. E Piastri che torna competitivo, prima che il cambio gli ricordi che l’affidabilità è un’opinione.
La pausa estiva arriva nel momento giusto. Le classifiche hanno già emesso un primo verdetto. Adesso toccherebbe alle scuderie iniziare finalmente ad aiutare i propri piloti. Perché finora, più degli avversari, a sabotare il Mondiale sono state soprattutto le squadre.