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Bellezza: quando migliorare significa ritrovare armonia

di Orchidea Colonna giovedì 24 settembre 2026

7' di lettura

La chirurgia estetica non dovrebbe inseguire la perfezione, ma aiutare ogni persona a ritrovare equilibrio e armonia con la propria immagine. La vera sfida, oggi, è distinguere il desiderio di migliorarsi dalla pressione di modelli estetici sociali sempre più artificiali. Il Dr. Paolo Santanchè, specialista in Chirurgia Plastica, ci spiega le dinamiche nel mondo della chirurgia e medicina estetica.

"Esistono, a mio avviso" spiega Santanchè "due modi profondamente diversi di avvicinarsi alla chirurgia estetica e alla medicina estetica, e confonderli significa non comprendere quale debba essere il vero ruolo del medico. Da una parte c’è la persona che presenta un problema reale, un difetto oggettivo, una caratteristica fisica che vive con disagio e con la quale, per ragioni personali, psicologiche o sociali, non riesce più a convivere serenamente. Dall’altra c’è un fenomeno completamente diverso: la ricerca di un’immagine costruita secondo le mode del momento, spesso lontana dalle proporzioni naturali e dall’armonia del volto e del corpo.


1) Ma dove finisce il legittimo desiderio di migliorarsi e dove comincia la ricerca ossessiva della perfezione?

Nel primo caso siamo di fronte a una richiesta che può avere pienamente un significato terapeutico; nel secondo, invece, il medico rischia di diventare semplicemente l’esecutore di un desiderio che non ha più nulla a che vedere con la cura. È una distinzione che oggi diventa sempre più importante, perché viviamo in una società nella quale l’aspetto estetico ha assunto un peso enorme e nella quale i modelli di bellezza vengono continuamente modificati da mode che spesso hanno una durata brevissima.

2) Quanto stanno influenzando i social network il modo in cui oggi percepiamo la nostra bellezza?

Molto. In quanto gli influencer e i filtri usati non rispecchiano la realtà. Una persona che vuole migliorarsi non dovrebbe prendere come esempio la finta perfezione dei volti filtrati sui social network o delle mode passeggere, ma dovrebbe cercare l’armonia.
Se una persona ha un difetto che percepisce come significativo e che, nonostante il passare degli anni, continua a rappresentare per lei una fonte di disagio è lecito che lo corregga. Può trattarsi di un naso sproporzionato rispetto al volto, di un seno molto piccolo o molto grande, di una particolare conformazione delle orecchie, di una lassità dei tessuti comparsa con l’età o di una caratteristica corporea che compromette la percezione che quella persona ha di sé.
Non dobbiamo essere ipocriti: migliorare il proprio aspetto non significa necessariamente avere un problema psicologico. L’essere umano ha sempre cercato di migliorare la propria immagine, e oggi questo desiderio è ulteriormente comprensibile perché siamo, sotto molti aspetti, più longevi, più attivi e più giovani nel modo di vivere rispetto alle generazioni che ci hanno preceduto.
La nostra età anagrafica, sempre più spesso, non coincide con la nostra età percepita. Una persona di cinquanta, sessanta o settant’anni può avere una vita professionale, sociale e affettiva molto diversa da quella che conducevano i nostri genitori o i nostri nonni alla stessa età. Può sentirsi pienamente attiva, avere progetti, viaggiare, lavorare, praticare sport e vivere una vita intensa. È quindi del tutto comprensibile che possa avvertire una distanza tra come si sente e ciò che vede riflesso nello specchio.


3) È quindi lecito voler apparire più in sintonia con l’età che sentiamo di avere dentro?

Non c’è nulla di patologico nel desiderio di ridurre questa distanza, purché l’obiettivo sia realistico e la richiesta sia affrontata con equilibrio. La chirurgia estetica, in questi casi, può avere una funzione importante: non quella di trasformare una persona in qualcun altro, ma di aiutare a rendere più coerenti l’immagine esteriore e quella interiore.
È una differenza sostanziale. Il buon chirurgo non dovrebbe creare un volto nuovo, ma cercare di valorizzare quello esistente; non dovrebbe cancellare l’età, ma fare in modo che l’aspetto della persona sia più coerente con il modo in cui essa vive e si percepisce.
Naturalmente esistono limiti, e proprio il riconoscimento di questi limiti distingue la chirurgia estetica seria da quella superficiale. Il medico deve valutare la richiesta, comprendere le aspettative, verificare che siano realistiche e proporre una soluzione proporzionata.

4) Quanto è importante, per un medico, saper distinguere ciò che il paziente desidera da ciò di cui ha realmente bisogno?

Un chirurgo estetico deve anche essere disposto a dire di no quando il desiderio del paziente non è compatibile con un risultato naturale o quando emerge una condizione che richiede un diverso tipo di attenzione.
È qui che arriviamo all'approccio che considero molto più problematico: la trasformazione del corpo secondo modelli estetici estremi e continuamente mutevoli. Labbra volutamente sproporzionate, zigomi eccessivamente accentuati, glutei artificialmente volumizzati, volti che finiscono per assomigliarsi tutti, corpi modellati secondo un’unica idea di perfezione. In questi casi non siamo più necessariamente davanti al desiderio di correggere un difetto, ma alla ricerca di una trasformazione che può arrivare a negare le caratteristiche naturali della persona.

5) Quando una trasformazione estetica smette di valorizzare una persona e comincia invece a cancellarne l’identità?

È qui che il medico dovrebbe fermarsi e interrogarsi. La domanda non dovrebbe essere “posso farlo?”, ma “ha senso farlo?”. Perché il fatto che una procedura sia tecnicamente possibile non significa automaticamente che sia esteticamente indicata. Un medico può essere in grado di aumentare ulteriormente un volume, accentuare un profilo, modificare una proporzione, ma questo non significa che debba farlo. Il compito del medico non è assecondare ogni richiesta del paziente. Il suo compito è curare, consigliare, proteggere e, quando necessario, porre dei limiti.
Quando il desiderio estetico diventa una rincorsa alla sproporzione, quando il corpo viene continuamente modificato alla ricerca di un ideale irraggiungibile, quando ogni risultato diventa insufficiente e si passa immediatamente alla richiesta successiva, siamo davanti a qualcosa che merita un’attenzione completamente diversa.

6) E se il problema non fosse più il difetto da correggere, ma l’incapacità di sentirsi finalmente soddisfatti del risultato ottenuto?

Il medico non dovrebbe alimentare questo meccanismo. Dovrebbe riconoscerlo.
C’è poi un altro aspetto della nostra epoca che merita una riflessione: l’utilizzo sempre più diffuso di farmaci e trattamenti diventati improvvisamente di moda per ottenere un dimagrimento rapido o per inseguire determinati standard corporei. Anche in questo caso bisogna distinguere la medicina dalla moda. Esistono terapie farmacologiche che possono avere indicazioni mediche precise e rappresentare strumenti importanti per pazienti che ne hanno realmente bisogno. Ma utilizzare un farmaco semplicemente perché è diventato popolare, senza una valutazione clinica, senza una corretta indicazione e senza considerare benefici, rischi e controindicazioni, significa trasformare una terapia in un dannoso prodotto di consumo.

7) Cosa deve fare un medico serio in questi casi? 

Se ogni nuova moda genera una nuova procedura, un nuovo farmaco, un nuovo volume da aggiungere o una nuova caratteristica da modificare, il rischio è quello di entrare in un circuito nel quale il paziente non viene più aiutato a stare meglio, ma viene continuamente spinto a sentirsi non abbastanza.
Questo è il vero pericolo. Un professionista serio dovrebbe invece cercare di restituire al paziente un rapporto equilibrato con la propria immagine.
La bellezza non è una gara a chi ha le labbra più grandi, gli zigomi più pronunciati, il gluteo più voluminoso o il corpo più magro. La bellezza è proporzione. È equilibrio. È coerenza. È anche capacità di invecchiare senza necessariamente considerare l’invecchiamento una malattia da combattere a ogni costo.

8) Infatti. Abbiamo davvero bisogno di combattere ogni segno dell’età, oppure come dobbiamo imparare a convivere con un invecchiamento naturale e armonioso?

La chirurgia estetica può accompagnare questo processo, può correggere ciò che realmente disturba, può migliorare, ringiovanire, armonizzare. Ma non dovrebbe trasformarsi in una guerra contro la normalità.
Esiste una differenza fondamentale tra migliorare e trasformare. Migliorare significa intervenire su qualcosa che realmente crea un disagio e cercare di restituire equilibrio. Trasformare significa spesso inseguire un’immagine esterna che cambia continuamente e che non necessariamente corrisponde alla persona. Un paziente può arrivare in studio con una richiesta precisa, magari convinto che quella sia la soluzione al proprio problema. Ma il medico non è un esecutore. È un professionista che deve mettere la propria competenza al servizio della persona, anche quando questo significa contraddirla.

9) Perché, in medicina estetica, dire “no” può essere talvolta più professionale e più utile che dire “sì”?

Dire “no” può essere un atto medico tanto importante quanto dire “sì”. A volte il vero intervento estetico consiste proprio nel convincere il paziente a non intervenire. Altre volte significa ridimensionare una richiesta, proporre una soluzione diversa o spiegare che il risultato desiderato non sarebbe armonico.
E in presenza di aspettative irrealistiche, di richieste compulsive o di una marcata insoddisfazione corporea, può essere necessario anche suggerire un confronto con uno psicologo o con un altro professionista competente. Non è una sconfitta del medico: è un atteggiamento responsabile.
Il chirurgo estetico serio non dovrebbe mai essere sedotto dalla possibilità di fare sempre di più. La sua bravura si misura anche nella capacità di fare meno, quando meno è ciò che serve. Una chirurgia ben riuscita è quella che, alla fine, non urla la propria presenza. È quella che restituisce naturalezza, equilibrio e proporzione. Lo stesso vale per la medicina estetica. Un filler ben eseguito non dovrebbe necessariamente essere riconoscibile; un trattamento con tossina botulinica non dovrebbe cancellare l’espressività; un intervento chirurgico non dovrebbe trasformare il volto in una maschera.
Ma dobbiamo avere il coraggio di distinguere questo desiderio dalla rincorsa ossessiva a modelli estetici finti e irraggiungibili.

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