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Filippo Facci contro Beppe Severgnini: "Twitter e Trump? Un kapò che ama la censura"

di Filippo Facci giovedì 14 gennaio 2021

4' di lettura

Persino  divertente guardare come i finti democratici e i giornalisti-intrattenitori stile Beppe Severgnini cerchino di giustificare l'esclusione di Donald Trump dai principali social-network, ora che l'ex presidente è rotolato dallo scranno ergo dargli il calcio dell'asino costa pochissimo. Lo capisce anche uno scemo che la cosa è grave, che si tratta di una censura pura e che la circolazione delle idee non può essere vincolata alla loro natura, a meno che siano tassativamente vietate dalle leggi: come il fascismo in Europa, il nazismo in Germania, ormai il giornalismo in Italia. Ne hanno convenuto statisti come Angela Merkel o Emmanuel Macron, in linea peraltro con un sacco di gente che con Trump non ha davvero niente a che fare, anche perché il ragionamento è semplice: non è possibile che un'azienda economica (che giustamente persegue il profitto) possa decidere chi parla e chi no, mettendo soavemente in discussione le fondamenta della nostra comunità democratica.

Sono però vere tre cose: una è che il problema è vecchio e resta irrisolto dalla politica, tanto che negli anni c'è stata un sacco di gente censurata (persino da queste parti) senza che si alzasse un refolo; un'altra è che proprio sulla libertà delle idee, e sulla diffusione di idee anche balzane e manifestamente false (terrapiattisti, complottisti dell'11 settembre, no-vax e fanatici religiosi) questi social network sono prosperati negli anni: se le regole valse per Trump fossero valse sin dall'inizio, Twitter e Facebook non avrebbero certo raggiunto miliardi di utenti e di introiti e di potere mediatico imbarazzante; e sarà anche vero che questi network sono dei privati che mirano al profitto (e alla sopravvivenza) e dovrebbero poter censurare chi vogliono, ma allora vale per tutti, anche per Libero, il Corriere della Sera, qualsiasi organo d'informazione privato che senza profitto non avrebbe la sopravvivenza. Resta che c'è una vacatio legis e un vuoto di potere riempito dai social, con le democrazie storiche che arrancano: ma non è che di conseguenza possiamo ridurci a trovare «opportuna» una decisione non democratica solo perché non piace a Beppe Severgnini, un giornalista-intrattenitore di Cremona. «I social non possono essere tubi vuoti dove passa di tutto», ha scritto l'intrattenitore sul Corriere, distratto per una volta dalle inezie quotidiane: perciò i social - non si scappa - dovrebbero essere dei tubi pieni dove passa quello che vuole Severgnini.

Quella che è andata perduta, e che non sarà Facebook a restituirci, è la figura di intermediazione che gli opinion makers hanno rappresentato per almeno un secolo: negli ultimi decenni la rappresentavano i giornalisti, padroni del vero, del falso, dei fatti e del contraddittorio. Ora questa roba non c'è più, e non si torna indietro, purtroppo: i politici parlano direttamente al volgo (e sono volgo come loro) e ciascuno tende a raccontarsela, gli interessa solo di sé e dei propri problemi, si chiude nella famosa bolla che tende a escludere il resto del mondo: sono nate così le post-verità e le fake news. Però il tizio di cui stiamo parlando è (era) il presidente degli Stati Uniti democraticamente eletto, quindi non è che lo stesso Occidente, che intanto santifica democraticamente altri antidemocratici (arabi, cinesi, dittature con scranno all'Onu) possa spostare i confini e le regole secondo simpatia. Sentite Severgnini: «È ora che i social si sveglino e assumano le proprie responsabilità, visto che i governi democratici sonnecchiano e le autorità indipendenti arrancano».

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Ora provate a sostituire la parola «social» con «Hitler» oppure «Mussolini», o se volete sgravare scrivete «magistratura»: avrete lo stesso incerto scenario (compresa una crisi economica, ora anche pandemica) che precedette dei pieni che riempirono dei vuoti, cioè dei poteri che presero il posto di altri. È un discorso esagerato? Mica tanto: in fondo, negli Usa, l'insurrezione non c'è stata, e il risultato del voto democratico è stato accettato.

L'unica cosa che c'è stata di sicuro è il silenziamento di Trump, che, piaccia o meno, rappresenta molti milioni di persone: questo mentre altre - dementi al cubo, haters, diffamatori, invasati, adescatori - hanno la fortuna di non essere così popolari. Insomma, no, non è il ritorno del dibattito tra politica e cittadini, non è una rinnovata separazione tra medium e contenuto coi giornalisti che vorrebbero continuare a rappresentare le regole, magari anche quelle dei social.

Le regole e i codici dei social peraltro sono attualmente ridicoli, fanno ridere, sono discrezionali, i censori o decisori non hanno neppure una faccia. Non serve che si costituiscano come nazioni e magari si siano delle regole ferree, una polizia postale, una Costituzione: ci sono già gli stati normali, democratici, quelli che a mezzo delle loro leggi fatte da parlamenti eletti (e votati, se possibile) decidono chi incita all'odio o alla violenza o al razzismo all'insurrezione: decidono loro, non i sensi di colpa di Mark Zuckenberg o la banalità del bene di Beppe Severgnini da Cremona.

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Questa, in ogni caso, è una bellissima cartolina del Pd romano. Nella Capitale si diceva: "Non solo Cesare deve essere immacolato, anche sua moglie". In questo caso la moglie è Ruberti e Cesare è il sindaco Gualtieri, che rischia di perdere credibilità. Due cose: non è che con le dimissioni di Ruberti può tornare tutto come prima, perché c'è un pentolone da scoperchiare. Seconda cosa: qui si prova la nobiltà della magistratura. Sarebbe bello che l'ex capo di gabinetto venisse trattato dai magistrati, e da certa stampa, così come vengono solitamente trattati i politici di centrodestra. Il video-commento del direttore di Libero Pietro Senaldi.