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Mafia: pm Di Matteo, nove anni a Mori servitore infedele dello Stato/Adnkronos (5)

domenica 26 maggio 2013

2' di lettura

(Adnkronos) - La seconda parte della requisitoria ruota attorno all'applicazione del 41 bis, cioe' il carcere duro per i boss mafiosi e la sostituzione a sorpresa, nel giugno 1993, dell'allora capo del Dap, Nicolo' Amato con Adalberto Capriotti. In particolare, il magistrato ritiene che "gia' nel giugno del 1992, cioe' un mese prima della strage di via D'Amelio e dei primi decreti applicativi del 41 bis decisi dall'allora ministro Claudio Martelli, il carcere duro era un argomento di assoluta rilevanza in Cosa nostra. Tanto e' vero che era anche tra le richiste inserite nel 'papello', cioe' l'elenco di richieste di Cosa nostra allo Stato per fare cessare le stragi mafiose", come spiega il pm. "A mio parere non ha un pregio confutativo l'argomento che i primi decreti applicativi vennero emanati la notte del 19 luglio - dice Di Matteo - Perche' gia' a giugno, in piena trattativa, era argomento di assoluta rilevanza. L'ambiente criminale mafioso percepi' la portata devastatante del provvedimento che che avrebbe reciso i rapporti dei boss in carcere con la mafia". "A un certo punto sul 41 bis lo Stato si impegna a dare un suo segnale di distensione - dice ancora - I primi decreti vengono emanati e firmati dallo stesso Claudio Martelli nella notte tra il 19 e il 20 luglio 1992, dopo la strage di Via d'Amelio. Immediatamente dopo, a distanza di pochi giorni, il ministro delega anche il direttore del Dap, Nicolo' Amato. Ed effettivamente da fine luglio altre centinaia di detenuti per mafia vengono sottoposti, su decreto di Amato, al regime del 41 bis. Nei mesi successivi il direttore Amato si rivolge al ministro, tramite il suo capo di gabinetto, Livia Pomodoro, in piu' circostanze, proponendo di trasferire tutti i detenuti per reati di mafia in sezione di carceri alle quali applicare il 41 bis nella forma prevista dal primo comma"."In questi anni abbiamo prospettato tutti gli elementi di prova a carico degli imputati che dimostrano che non e' un processo fondato, come molti dicono senza neppure sapere di cosa parlano, su teoremi fantasiosi dei pm ma su circostanze precise e accuse precise, in alcuni casi provenienti anche dagli stessi colleghi degli imputati". (segue)

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