Torino, 14 mag. (Adnkronos) - "Gli imputati erano perfettamente a conoscenza di tutto cio' che veniva effettuato negli stabilimenti italiani, sia in ordine alle attivita' direttamente connesse al ciclo produttivo, sia in ordine a tutte le altre attivita' per cosi' dire collaterali, ma che comunque comportavano la necessita' di disporre di beni e di cose appartenenti all'azienda, e hanno consentito che esse continuassero, nonostante avessero pure ben presente l'enorme pericolosita' derivante per la popolazioni vicine agli stabilimenti industriali". Lo scrivono i giudici nelle motivazioni della sentenza Eternit con cui i due manager, Stephan Schmidheiny e Louis De Cartier, sono stati condannati in primo grado a 16 anni di carcere. Anche se materialmente i due vertici non hanno personalmente abbandonato materiale di scarto in discariche definite "di fortuna" o "provveduto personalmente alla cessione a privati cittadini di feltri e polverino" i giudici precisano che "e' evidente che la mancata adozione da parte dei responsabili della societa' di ogni provvedimento tendente a rimuovere la situazione esistente, ad impedire la realizzazione degli effetti di tali condotte e, anzi, la consapevolezza che i vertici della societa' non solo fossero a conoscenza di quanto avveniva, ma ne autorizzavano e ne regolamentavano l'effettuazione, non puo' non aver contribuito a rafforzare negli esecutori materiali della condotta del reato il proposito di continuare in tale attivita' criminosa". Quindi Schmidheiny e De Cartier nei periodi di rispettiva gestione "con la posizione assunta nella conduzione dell'azienda, hanno contribuito in modo determinante alla realizzazione delle relative condotte criminose".