«Adesso so benissimo che esiste una verità processuale che marcia su un binario parallelo a quello della verità reale. Ma non sempre i due binari portano alla stessa stazione. Certe volte sì, altre volte no». Gran parte della filosofia del siculissimo commissario Salvo Montalbano è contenuta in questa sentenza. Che non è una di quelle pronunciate dai tribunali perché là dove campeggia l’apodittico “La legge è uguale per tutti” spesso e (mal) volentieri qualcosa non funziona e in galera ci va (e spesso ci resta per anni) chi non ci deve andare. Il commissario è un uomo che crede (meglio: che vorrebbe credere) nello Stato, nell’Ordine, nella Giustizia, è uno che svolge le sue indagini con scienza e coscienza, non ama la violenza, porta malvolentieri la pistola perché gli sforma la tasca, detesta il crimine e i criminali ma non può fare a meno di chiedersi cosa sia il male, perché ci sia il male, perché ci sia gente che ruba e corrompe, tradisce e ammazza, portando stampato sul viso un compiaciuto sorriso virtuoso. Tante domande, nessuna risposta. Non è un santo Salvo. Ma è un uomo perbene e lo troviamo in questo libretto che ci dice quanto sia vero e vitale. E quanto, ovviamente, lo sia più che mai Andrea Camilleri (La filosofia di Montalbano, a cura di Filippo Lupo, con una nota di Gianfranco Marrone, Sellerio, pp. 255, euro 15).
Montalbano è generoso, in particolare con i buoni, gli ingenui, i puri, anche se goffi e casinisti, come Catarella, che strapazzai nomi e i cognomi di chi telefona al commissariato, ma di fronte al pc è più bravo dell’imbranato Salvo. A cui è devotissimo. Si butterebbe in mare per lui. Comunque il “buon selvaggio” Catarella non gli rompe i “cabbasisi”. Perché Montalbano è un po’ insofferente. E quando Fazio - bravissimo e diligente, ma pignolo - gli squaderna di tutto e di più su questo o quell’indagato, Montalbano si spazientisce. Come si spazientisce con il vice Mimì Augello, collaboratore di rango ma impenitente sciupafemmine. Invece Salvo è abbastanza fedele alla sua Livia. L’importante è che lei se ne stia a Genova, e che non gli chieda di sposarsi e di lasciare la Sicilia. La Sicilia? Vigata! Il corpo, il cuore, lo spirito di Salvo sono a Vigata. Quando Livia viene a Vigata, Salvo è contento. Quando se ne va, non è che ci pianga troppo su. E poi Livia non sa far da mangiare. E a Montalbano piace mangiare. Dà più gusto mangiare, indagare tra i “mostri” o fare all’amore?
A Montalbano femmine e misteri piacciono (si legga l’eroticissimo “noir” La vampa d’agosto), piace la fascinosa nordica Ingrid, che cerca di sedurlo, però le donne sono impegnative, parlano troppo, esigono mille attenzioni. E poi quando si sbronzano... Figuriamoci se ci sono indagini in corso! Montalbano ha sempre troppo da fare. Cerca, indaga, dubita, sbaglia, scioglie i nodi alla faccia delle autorità superiori che li vogliono intricati. Pensa, legge, ascolta la musica, nuota, mangia molto, dorme poco. Si incazza spesso. Ogni tanto si pente. Ragiona su politica e religione, mafia e burocrazia, eros e filosofia. Si immalinconisce, vede nello specchio i segni dell’età che avanza, sa che un giorno morirà, e allora chi ci sarà a far giustizia? Ma la maggior parte degli uomini (uomini?) vuole una giustizia giusta?