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Legge, donne e cibo secondo Montalbano

In un libro la complessa personalità e la filosofia del poliziotto creato da Camilleri
di Mario Bernardi Guardi lunedì 19 gennaio 2026

3' di lettura

«Adesso so benissimo che esiste una verità processuale che marcia su un binario parallelo a quello della verità reale. Ma non sempre i due binari portano alla stessa stazione. Certe volte sì, altre volte no». Gran parte della filosofia del siculissimo commissario Salvo Montalbano è contenuta in questa sentenza. Che non è una di quelle pronunciate dai tribunali perché là dove campeggia l’apodittico “La legge è uguale per tutti” spesso e (mal) volentieri qualcosa non funziona e in galera ci va (e spesso ci resta per anni) chi non ci deve andare. Il commissario è un uomo che crede (meglio: che vorrebbe credere) nello Stato, nell’Ordine, nella Giustizia, è uno che svolge le sue indagini con scienza e coscienza, non ama la violenza, porta malvolentieri la pistola perché gli sforma la tasca, detesta il crimine e i criminali ma non può fare a meno di chiedersi cosa sia il male, perché ci sia il male, perché ci sia gente che ruba e corrompe, tradisce e ammazza, portando stampato sul viso un compiaciuto sorriso virtuoso. Tante domande, nessuna risposta. Non è un santo Salvo. Ma è un uomo perbene e lo troviamo in questo libretto che ci dice quanto sia vero e vitale. E quanto, ovviamente, lo sia più che mai Andrea Camilleri (La filosofia di Montalbano, a cura di Filippo Lupo, con una nota di Gianfranco Marrone, Sellerio, pp. 255, euro 15).

Montalbano è generoso, in particolare con i buoni, gli ingenui, i puri, anche se goffi e casinisti, come Catarella, che strapazzai nomi e i cognomi di chi telefona al commissariato, ma di fronte al pc è più bravo dell’imbranato Salvo. A cui è devotissimo. Si butterebbe in mare per lui. Comunque il “buon selvaggio” Catarella non gli rompe i “cabbasisi”. Perché Montalbano è un po’ insofferente. E quando Fazio - bravissimo e diligente, ma pignolo - gli squaderna di tutto e di più su questo o quell’indagato, Montalbano si spazientisce. Come si spazientisce con il vice Mimì Augello, collaboratore di rango ma impenitente sciupafemmine. Invece Salvo è abbastanza fedele alla sua Livia. L’importante è che lei se ne stia a Genova, e che non gli chieda di sposarsi e di lasciare la Sicilia. La Sicilia? Vigata! Il corpo, il cuore, lo spirito di Salvo sono a Vigata. Quando Livia viene a Vigata, Salvo è contento. Quando se ne va, non è che ci pianga troppo su. E poi Livia non sa far da mangiare. E a Montalbano piace mangiare. Dà più gusto mangiare, indagare tra i “mostri” o fare all’amore?

A Montalbano femmine e misteri piacciono (si legga l’eroticissimo “noir” La vampa d’agosto), piace la fascinosa nordica Ingrid, che cerca di sedurlo, però le donne sono impegnative, parlano troppo, esigono mille attenzioni. E poi quando si sbronzano... Figuriamoci se ci sono indagini in corso! Montalbano ha sempre troppo da fare. Cerca, indaga, dubita, sbaglia, scioglie i nodi alla faccia delle autorità superiori che li vogliono intricati. Pensa, legge, ascolta la musica, nuota, mangia molto, dorme poco. Si incazza spesso. Ogni tanto si pente. Ragiona su politica e religione, mafia e burocrazia, eros e filosofia. Si immalinconisce, vede nello specchio i segni dell’età che avanza, sa che un giorno morirà, e allora chi ci sarà a far giustizia? Ma la maggior parte degli uomini (uomini?) vuole una giustizia giusta?

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