CATEGORIE

Antonio Ligabue, quel genio chiamato matto che diede forma ai suoi demoni

A Cagliari la prima grande mostra dedicata al pittore irregolare che dipingeva d'impeto i suoi quadi in cambio di cibo. O solo per avere contatti umani
di Caterina Maniaci mercoledì 21 gennaio 2026

3' di lettura

La tigre sta per balzare su una preda, è un miracolo di colori, guizzo di muscoli, potenza in movimento. La sua ferocia è l’istinto vitale, lo slancio per catturare e nutrirsi, ed è così viva che, per un momento, si sarebbe tentati di scappare, di togliersi dalla traiettoria del suo balzo micidiale. Poi appaiono volpi, gatti, uccelli variopinti, in una babele onirica di forme che si trasformano persino in suoni, grugniti, ringhi, miagolii... E su tutto domina il profilo bizzarro del pittore, tra i più amati del Novecento e con una storia personale tra le più tormentate e commoventi: Antonio Ligabue.

La sua opera sfugge a qualsiasi definizione o etichetta, ma è costante la passione che continua a suscitare, attraverso numerose mostre organizzate in tutta Italia, saggi e biografiei, sceneggiati televisivi (celeberrimo quello con Flavio Bucci nei panni dell’artista), e film, come quello recentemente interpretato da Elio Germano nei panni dell’artista. A Cagliari sta ottenendo un vasto successo di pubblico Antonio Ligabue. La grande mostra, una importante retrospettiva, ospitata, fino al 7 giugno 2026, nel Palazzo di Città di Cagliari. L’esposizione, prodotta e organizzata dal Comune di Cagliari - Assessorato alla Cultura, Spettacolo e Turismo - e dai Musei Civici di Cagliari, con il contributo della Regione Autonoma della Sardegna e della Fondazione di Sardegna, in collaborazione con Arthemisia, è curata da Francesco Negri e Francesca Villanti. Di Ligabue viene restituita un’immagine completa, attraverso una selezione di 60 capolavori, tra olii e disegni, che testimoniano l’evoluzione di un linguaggio artistico senza paragoni, capace di trasformare la sofferenza in bellezza, in cui la vita è inseparabile dall’arte.

Scorrono dunque le immagini di animali domestici, scene di vita contadina, le celebri lotte di tigri, leoni, aquile, gli autoritratti in cui il voto di Ligabue acquista la dimensione di un campo di battaglia in cui si fronteggiano demoni e incubi, sogni e fantasticherie, desiderio di vicinanza e di amore. Ecco riprendere luce i giorni del “matto”, come lo chiamavano a Gualtieri, nella Bassa reggiana. Arrivato fin lì dalla lontana e favoleggiata Svizzera, divenne il luogo d’approdo dopo anni trascorsi tra fughe, ricoveri, fame, solitudini, proprio in questo paese tra campi e acque, la nebbia densa d’inverno e il sole a picco sul cranio d’estate. Lui era un’apparizione inquietante, suscitava paura, crudele ilarità ma anche commozione, tenerezza. A Gualtieri hanno imparato piano piano a considerarlo parte della comunità, con i suoi quadri stranianti, tutti colore e impeto, metamorfosi e poesia di lampi e scosse. Dipingeva come un primitivo, spinto da una necessità interiore che non rispondeva ad alcuna tesi, idea, retaggio derivante da studio o tradizione. Gli animali esotici? Li aveva conosciuti dalle fotografie di libri e giornali e li trasfigurava con il pennello. Li dava in cambio di cibo o di oggetti necessari, li regalava a chi fosse in grado di stabilire un contatto con lui...

Aveva un brutto carattere, Ligabue, che lo metteva nei guai. Durante la guerra, data la sua conoscenza del tedesco, lavorava come interprete, ma non si fece scrupolo di litigare ferocemente con un soldato tedesco: si salvò solo perché considerato pazzo e ricoverato nell’istituto di San Lazzaro. Nel 1948 uscì e cominciò una fase diversa della sua vita: si cominciava a considerare i suoi quadri in un modo diverso, riconoscendo un tratto unico, distintivo, persino geniale. Arrivarono i tempi delle prime esposizioni, dei primi premi e compensi, le committenze. Sarà il tempo della fine della miseria più nera, della segregazione, il tempo di case di mattoni veri e di letti con coperte e lenzuola, non più giacigli messi insieme su pavimenti di terra battuta. E persino di una motocicletta, e poi di un’auto, che sempre aveva ammirato e sognato di nascosto, quando ne vedeva passare per le strade del paese. Saranno anni brevi, luccicanti come una visione, ma lui restò “il matto”, anche con i vestiti nuovi e le scarpe scricchiolanti.

Quella follia, in fondo, era la sua forza, la linfa dei suoi quadri, il mondo alla rovescia in cui vincere la battaglia per la sopravvivenza e riplasmare tutto quello che lo circondava.
Sfumarono in fretta e giunsero i giorni di nuovi dolori, di malattie, di camere d’ospedale, dove rimase fino alla morte, nel maggio del 1965, e dove continuava a dipingere.

tag
antonio ligabue

Ti potrebbero interessare

I poster di Mucha e la meraviglia dell'Art Nouveau

Siamo alla vigilia di Natale nel 1894 e la famosa attrice francese Sarah Bernhardt (Parigi 1844/1923) ha bisogno di un p...
Sergio De Benedetti

Franck Thilliez, se il thriller è una spaventosa discesa agli inferi

Con più di dieci milioni di copie vendute, Franck Thilliez, 52 anni, è nella top five degli autori frances...
Francesco Musolino

Legge, donne e cibo secondo Montalbano

«Adesso so benissimo che esiste una verità processuale che marcia su un binario parallelo a quello della ve...
Mario Bernardi Guardi

Così filosofi e scrittori immaginarono l'IA

È ormai consapevolezza acquisita da parte dei filosofi che l’intelligenza artificiale, lungi dal segnare un...
Corrado Ocone