Il “politicamente corretto”, com’è noto, ha aspetti grotteschi e anche ridicoli, ma sarebbe sbagliato sottovalutarlo. Perché, come insegnava Orwell, cambiare il linguaggio significa cambiare il pensiero e la mente degli individui e delle collettività. E cambiare il pensiero collettivo significa cambiare la realtà. Ma, oltre al codice del politicamente corretto, anche altre filosofie o ideologie o culture (che si possono definire genericamente “progressiste”) seguono la stessa traiettoria: influenzano il linguaggio e hanno effetti profondi. Lo si vede perfino nella Chiesa cattolica, per esempio nelle traduzioni delle Sacre Scritture. Il testo biblico originario è in ebraico, aramaico e greco ed è stato tradotto in lingua latina nel IV secolo da san Girolamo (la cosiddetta Vulgata). Il problema sta nella sua traduzione in italiano, influenzata dal politicamente corretto o dalla mentalità modernista e dalla teologia protestante. A sollevare molti dubbi, con un’ampia casistica, è il volume La Bibbia come Dio comanda (Le Sacre Scritture tradotte o tradite?) da oggi in libreria per le edizioni Piemme. Ne sono autori Saverio Gaeta e “Investigatore biblico”, pseudonimo di un consacrato eremita che da tempo su un blog esamina criticamente le traduzioni moderne della Bibbia.
Ad esempio, la settimana scorsa Leone XIV ha giustamente spiegato che «non si può ridurre il Vangelo a mero messaggio filantropico o sociale, ma è l’annuncio gioioso della vita piena ed eterna, che Dio ci ha donato in Gesù». Purtroppo però l’attuale prevalenza, nella Chiesa, dei temi sociali su quelli spirituali si riflette nelle traduzioni. Consideriamo il termine “poveri”. L’edizione Cei 2008 della Bibbia traduce Salmi 34,3: “I poveri ascoltino e si rallegrino”. Mentre nella Vulgata di San Girolamo si legge: “Audiant mansueti et laetentur”, fedele al testo ebraico che – spiegano gli autori - usa la parola “anawim”, «che nel vocabolario Reymond ha come primi significati “oppresso, maltrattato, umile” e soltanto alla fine suggerisce “povero” (distinto tuttavia dall’indigente, in difficoltà economica, per definire il quale si usa la parola “ebionim”). Di qui la traduzione anche dell’autorevole rabbino Dario Disegni con “umili”». Dicendo “Beati i poveri in spirito” (Mt 5,3) Gesù intende chi si sente bisognoso di salvezza e riconosce la propria indigenza spirituale, non materiale. Va letto come Sofonia 2,3: “Cercate il Signore voi tutti, umili della terra”, che però la Bibbia Cei 2008 traduce: “Cercate il Signore voi tutti, poveri della terra”.
Interessante pure il trattamento dell’espressione “Signore degli eserciti”. La Bibbia Cei 2008 la lascia nell’Antico Testamento, mentre nel Nuovo la traduce “Signore onnipotente”. Per i due autori «sembra proprio una volontaria manipolazione che i neo-traduttori hanno compiuto al fine di prendere le distanze da quel Dio “guerrigliero e cattivo” cui è invece subentrato il Dio “misericordioso e buono”» (peraltro mi pare che l’espressione “Signore degli eserciti” nell’interpretazione ebraica si riferisca alle schiere angeliche). Ma il caso più assurdo riguarda una celebre frase di Gesù: “Qual vantaggio infatti avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima? O che cosa l’uomo potrà dare in cambio della propria anima?” (Mt 16,26).
«Il vocabolo greco in questione» scrivono gli autori «è “psuche”, che ha come primo significato “anima”», ma la Bibbia Cei 2008 sostituisce la parola “anima” (che è nel testo greco e nel latino della Vulgata e ovviamente allude alla salvezza eterna) con la parola “vita”, ribaltando così il significato perché oggi da tutti intesa come vita biologica, vita terrena. Gesù esorta a mettere la salvezza dell’anima, la vita eterna, al primo posto, ma con questa traduzione sembra dire l’opposto (salva la pelle, pensa alla salute). E proprio in un passo evangelico in cui preannuncia che presto verrà ucciso. Lo stesso accade in Luca 21,19, che prima veniva tradotto (giustamente) “con la vostra perseveranza salverete le vostre anime” e nella Bibbia Cei 2008 diventa “con la vostra perseveranza salverete la vostra vita”. Una traduzione davvero assurda perché, rilevano gli autori, è un brano in cui Gesù invita i discepoli a testimoniare la verità anche se questo costerà loro persecuzioni, umiliazioni e perfino il martirio. Ovviamente Cristo qui raccomanda ai suoi fortezza e perseveranza per salvare l’anima immortale, non certo la resa e il rinnegamento per salvare la vita biologica. «Quasi di conseguenza» notano gli autori «sembra che anche il martirio sia passato di moda insieme con il ricordo dei testimoni della fede durante le persecuzioni, vista l’innovazione in Apocalisse 12,11».
Questo passo un tempo era tradotto: “Ma essi lo hanno vinto (Satana, ndr) per mezzo del sangue dell’Agnello e grazie alla testimonianza del loro martirio; perché hanno disprezzato la vita fino a morire”. Invece nella Bibbia CEI 2008 si legge: “Ma essi lo hanno vinto grazie al sangue dell’Agnello e alla parola della loro testimonianza, e non hanno amato la loro vita fino a morire”. È sparita la parola “martirio” e «la seconda parte del 2008 è decisamente incomprensibile e contraddittoria, dato che in italiano sembrerebbe affermare che non hanno amato abbastanza la loro vita tanto da accettare il martirio...». Opportunamente gli autori sottolineano: «Giova qui ribadire con chiarezza ciò che la Chiesa, con atto solenne e irreformabile, ha dichiarato: la Vulgata di san Girolamo è e rimane l’unica traduzione “dogmaticamente” approvata dalla Chiesa universale. Così stabilì il sacrosanto concilio di Trento». Mentre le traduzioni ufficiali approvate dalla Cei per uso liturgico e pastorale non hanno «il medesimo carattere di autenticità e di garanzia magisteriale riconosciuto alla Vulgata».