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L'arte prescritta come una cura: la salute si ritrova nei musei

Meno visite dal medico, meno ricoveri in ospedale, ritorno economico moltiplicato: il governo dà il via al progetto per rendere la cultura uno strumento terapeutico
di Claudia Osmetti venerdì 6 febbraio 2026

3' di lettura

Curare con la cultura. Andare a teatro, al museo, in pinacoteca, perché no pure a una mostra di provincia, per sentirsi meglio. Eh-ma-mica-me-l’ha-ordinato-il-medico, e invece sì. Con tanto di prescrizione, ricetta, piano terapeutico: «Visitare gli Uffizi di Firenze e la Primavera del Botticelli», codice, urgenza e firma digitale del dottore di famiglia. L’arte e la bellezza (la pittura, la musica, la scultura, ma anche i romanzi e il cinema, il teatro e l’opera) come rimedio: perché fanno bene prima di tutto allo spirito, perché certo non sono una medicina che la prendi e ti passa il mal di testa però quasi (lo dice l’Oms, dopo ci arriviamo), perché di esempi ne abbiamo a bizzeffe e se non lo si fa in questo Paese che ha un patrimonio culturale sterminato, che ha una piccola perla, una gemma nascosta in ogni suo paesino, dove lo si sperimenta?

Il ministero della Cultura (appunto) e quello della Salute (infatti) hanno siglato un protocollo d’intesa che è passato ieri al vaglio della Conferenza Stato-Regioni e che no, non è un primo passo (siamo già a metà del percorso perché di esempi e iniziative, pure bellissime, ne sono già stati attivati parecchi) però sì, è un tassello fondamentale, un punto centrale, la strada spianata verso quella “prescrizione sociale” che altrove (come nel Regno Unito) è realtà da vent’anni e qui «si è concretizzata con proposte e idee spesso molto interessanti ma a macchia di leopardo». È la sottosegretario ai Beni culturali Lucia Borgonzoni (Lega) a chiarire la questione, e la questione è che ci sono decine di motivi per realizzare (finalmente) questo progetto.

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«Già la fruizione della cultura, quindi non solo il fare cultura ma anche l’esserne spettatore, ha un impatto positivo soprattutto su alcuni tipi di malattie come quelli neurodegenerativi, oppure le depressioni. Nel mondo anglosassone, dove questo discorso lo si porta avanti da tempo, per una sterlina investita in tal senso se ne riportano indietro da quattro a undici, le persone anziane che consultano il proprio medico di base diminuiscono del 37% e quelle che vanno al pronto soccorso del 27%». I numeri sono ufficiali, li ha messi assieme l’University college of London. L’evidenza scientifica è certa.

Certa e pure certificata dall’Organizzazione mondiale della sanità (ci siamo arrivati) che, per compilare un rapporto in materia del 2019, ha spulciato più di 900 pubblicazioni e oltre 3mila studi ed è arrivata alla conclusione che circondarsi di cultura incide e migliora lo stato di salute. Ma allora perché no? Perché non creare un ponte tra il quadro clinico e il quadro tradizionale, perché non promuovere iniziative nell’ambito del Servizio sanitario nazionale che vadano in questa precisa direzione?

«Abbiamo già delle eccellenze», spiega Borgonzoni che segue l’argomento da almeno otto anni, «abbiamo fatto cose incredibili, tuttavia, al momento, in Italia, non abbiamo dati tangibili, non siamo in grado di fotografare il fenomeno». È un peccato: un Paese con 4.908 siti culturali, 61 indicati come patrimonio Unesco, 3.882 musei, gallerie e raccolte, 630 complessi monumentali, 327 parchi archeologici, 69 ecomusei, praticamente una struttura ogni tre Comuni e non li “sfruttiamo” da questo punto di vista? «Vogliamo arrivare alle “prescrizioni sociali”», continua il sottosegretario, «finora le Regioni hanno fatto lavori enormi che vanno valorizzati, li censiremo per farne tesoro e per costruire modelli replicabili su una scala più ampia. Per proseguire su questa via abbiamo organizzato dei tavoli con il Consiglio superiore di sanità, vogliamo fare una serie di sperimentazioni anche in alcuni piccoli borghi e faremo un tavolo nazionale in cui far partire una discussione».

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Esempio (concreto, ché di questo stiamo parlando): un mesetto fa l’Asl To3 di Torino ha dato il là al “Museo benessere” che funziona esattamente in questi termini, con la “ricetta bianca” per le visite museali e le attività artistiche. «La bellezza non solo cura», chiosa Borgonzoni, «ma aiuta a combattere solitudine e sedentarietà. Questo protocollo d’intesa sarà uno strumento in grado di riconoscere alla cultura anche la capacità di affiancarsi alle cure mediche come strumento terapeutico».

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