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Il maestro in ombra che levigava la parola all’osso

A tre anni dalla morte del poeta torna in libreria la raccolta “Paesaggi inospiti” I capisaldi della sua opera
di Alessandro Rivali sabato 14 febbraio 2026

4' di lettura

nquant’anni fa Giampiero NeC ri (1927- 2023) faceva il suo bruciante, ancorché tardivo, esordio in poesia con L’aspetto occidentale del vestito (Guanda, 1976): un quaderno di 74 pagine, dalla copertina dorata, quarto della Fenice diretta da Raboni, che conteneva i capisaldi cui l’autore sarebbe rimasto fedele tutta la vita: la ricerca della verità, l’importanza della memoria, la ricerca sull’origine del male. Strano percorso quello di Neri (pseudonimo di Giampietro Pontiggia), che arrivò al primo libro a cinquant’anni, dopo una vita in banca, lavoro peraltro che avrebbe mantenuto sino alla pensione. Pubblicare a cinquant’anni significava rischiare di passare per temerari, o avere il coraggio di un maestro che ha vagliato al fuoco il suo lavoro con la pazienza dei fabbricanti di spade giapponesi. E Giampiero Neri è stato un vero maestro, anzi il “maestro in ombra” (intuizione di Maurizio Cucchi) di tanta nostra poesia recente. Con il passare degli anni il suo magistero, legato a un forte senso etico della parola, di un’aurea simplicitas aliena a ogni retorica, appare sempre più terso e incisivo. Il suo titolo più celebre resta Teatro naturale (Mondadori, 1998 ora in catalogo Ares), una summa di vent’anni di ricerca. Ma non vanno dimenticate le opere più recenti, quando scelse di “scrivere poesia in prosa”, come Piazza Libia (protagonista un senzatetto sapiente come Socrate).

Un insegnante di provincia (l’insegnante che con i suoi paradossi cambiò il giovane Neri) o Utopie, il suo testamento, che consegnò all’editore pochi giorni prima di morire. E di cui volle cambiare la copertina in articulo mortis perché gli sembrava troppo cupa. La bellissima poesia che splende in quarta di copertina dà misura del suo ultimo viaggio. È una lingua levigata all’osso e allo stesso tempo un esame di coscienza: «Si dice di alcune persone che, quando entrano in una stanza, la occupano tutta. Dovrei immaginare che, quando se ne vanno, lasciano un grande vuoto. Sono invece portato a pensare che a lasciare un grande vuoto siano le persone umili, silenziose, che occupano soltanto lo spazio necessario, che si fanno amare». Ho avuto il privilegio dell’amicizia di Neri per lunghi anni, prima di diventare uno dei suoi editori. Mi presentai a lui ai tempi dell’università.

La nostra frequentazione divenne assidua. Mi invitava nel suo soggiorno di Piazzale Libia, a Milano, con le pareti costellate di quadri del Novecento (amava Sironi e in scultura Arturo Martini), il raccoglitore le biro dalla punta sottilissima (come sottile era la sua grafia). E ancora: le amate liquirizie, i libri su cui tornava ossessivamente, Omero, Dante, Villon, Manzoni, Fenoglio, Pasternak. Neri amava i grandi irregolari sedotti dal poema in prosa, come Rimbaud o Campana. Un giorno gli chiesi di trasformare le nostre conversazioni in trattoria (aveva una predilezione per la tartare, la mozzarella di bufala e il prosciutto crudo) in un libro intervista. Volevo tornare all’alba del suo lavoro. Nel primo numero (1972) dell’Almanacco dello Specchio Raboni si sbilanciò senza riserve per i primi testi di Neri: parlò di «un lavoro minuzioso e testardo sulla frase trattata come unità metrica di base» e di una «matrice poundiana». Con la temerità dei giovani chiesi a Neri di spiegarmi tutti i punti che mi sembravano “ostici” di quel suo primo libro. Ebbi l’ardire di preparare un vero e proprio elenco di poesie che non capivo. Forse nessun poeta oggi prenderebbe sul serio una richiesta del genere. Gli lasciai i miei interrogativi prima dell’estate. Ci rivedemmo a settembre con lui che aveva fatto i compiti come un diligente scolaro.

Mi consegnò un quaderno Pigna verde (costava 1 euro) con le risposte ai miei dubbi. L’aveva titolato «Brogliaccio per Alessandro». Gli avevo chiesto il perché del titolo dell’Aspetto occidentale del vestito. Rispose: «Nasce dalla riflessione sulle esperienze della nostra storia, la storia dell’occidente, che è naturalmente diversa da quella dell’oriente, anche se gli uomini sono uguali a tutte le latitudini. In occasione di una traduzione in russo per una antologia che si sarebbe pubblicata a Mosca nel 1980, mi fu chiesto se si potesse cambiare il titolo in quanto “occidentale” aveva una connotazione politica ostile per il lettore sovietico. Ho risposto che si poteva togliere “occidentale”, appunto una variabile, se fossi nato a Pechino avrei scritto L’aspetto orientale del vestito. La risposta venne ritenuta geniale e approvata all’istante». Gli avevo chiesto di un altro dei suoi totem: il mimetismo e lo studio dei rapaci che così spesso tornavano nella sua poesia. Scrisse: «Credo che l’accostamento del mondo degli animali a quello dell’uomo sia venuto naturalmente da sé. Il loro comportamento è quello che è, senza bisogno di giustificazioni capziose e di falsi pietismi. È molto più serio e onesto del nostro, bisogna riconoscerlo». Conservo questo quaderno come uno dei lasciti più preziosi del poeta. Spesso Neri scriveva agli amici su dei cartoncini bianchi. Erano cammei perfetti. Essenziali, come la sua stanza che negli ultimi tempi aveva spogliato di quasi tutti i libri, perché voleva arrivare “nudo alla meta”. Ricordo che l’ultimo libro che gli vidi in mano fu la Genesi. Voleva tornare a quanto tutto era cominciato. Nel più laconico dei suoi biglietti mi scrisse: «La poesia è una macchina per pensare”. Ci manchi molto, caro maestro.

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