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Perché sono sparite le care vecchie stroncature

Solo capolavori? Ormai nessuno critica più nessuno in un complesso gioco di amicizie e interessi personali o commerciali tra autori ed editori
di Francesco Musolino martedì 17 febbraio 2026

4' di lettura

C'è stato un tempo in cui la critica letteraria non aveva paura di farsi odiare. Non perché fosse sadica o snob, ma perché aveva le spalle larghe. Pensiamo a Giorgio Manganelli, alcune delle sue pagine più riuscite erano critiche colte, feroci se necessario, ma mai livorose. Oggi quello spazio sembra svanito. E non per mancanza di libri brutti o discutibili - quelli non mancano mai - ma, forse, per penuria di coraggio, per eccesso di strategia da realpolitik. Le pagine culturali nazionali annunciano una distesa di capolavori a cinque stelle, un profluvio di romanzi “imperdibili” e “necessari”, “inni alla resilienza” e “scritture potenti” destinate a durare. Le fascette urlano tirature mirabolanti e diritti venduti in mezzo mondo ma, fin troppo spesso, tutto si spegne in poche settimane, scivolando verso il macero, inesorabilmente sostituiti da nuovi capolavori già pronti a occupare gli scaffali. Una corsa alla pubblicazione che somiglia tanto ad un gioco al massacro.

Dunque, perché nessuno stronca più? La risposta è meno nobile di quanto si voglia ammettere: oggi tutti conoscono tutti e a conti fatti, non ne vale la pena. I social network hanno azzerato i gradi di separazione: scrittori, editori, critici, giornalisti, librai e influencer si muovono in un unico ecosistema iperconnesso, in cui giudizio di valore diventa immediatamente personale. Stroncare un libro significa ferire qualcuno che domani potrebbe metterti un like, invitarti ad un festival, proporti un’intervista o magari, presentarti ad un evento con un pubblico di fiducia.

«C’è sicuramente un problema relativo al cosiddetto amichettismo, al non voler inimicarsi nessuno nell’ambiente creando un pericoloso incrocio fra merce e arte», afferma il giornalista e speaker di Radio3, Vittorio Giacopini. «Nessuno vuole pestare i piedi, sembra svanita la necessità di un confronto aperto ma, soprattutto, la nostra società occidentale sembra aver clamorosamente smarrito il proprio pensiero critico. Dallo scoppio del Covid e con la guerra d’Ucraina, viviamo nella pretesa di un perfetto bipolarismo» prosegue Giacopini, in libreria dal 6 febbraio con Ogni altro tempo è pace, Nutrimenti«per cui da una parte ci sono i buoni, la scienza e la ragione, dall’altra troviamo i cattivi e gli oscurantisti, cancellando qualsiasi dibattito possibile. E chiunque si voglia discostare da questa narrazione, creando un libero confronto culturale, viene tacciato di ambiguità o cerchiobottismo».

Un tema molto attuale che scalda il cuore del critico letterario, Gian Paolo Serino, noto nell’ambiente per le sue stroncature: «La critica è scomparsa perché, per lo più, i critici non leggono più i libri. Inoltre, pressati dalle case editrici, tra anticipazioni e anteprime, non hanno spesso il tempo di assimilare ciò che leggono. La critica», prosegue Serino «è vittima di un sistema editoriale e culturale che, per ragioni per lo più commerciali, premia quella che io da sempre chiamo “la dittatura delle novità”».
Di cosa si tratta, è presto detto: «I nuovi libri devono essere sempre in primo piano e così si cancella una cultura, la nostra, ma soprattutto i lettori non si fidano più». E c’è anche una questione etica, «perché», chiarisce Serino «i critici oggi sono diventati dei pubblicitari, sponsorizzano più che criticare obiettivamente. Questo per non inimicarsi le case editrici e gli scrittori. Soprattutto, quando i critici italiani recensiscono scrittori italiani».

Per fortuna, non mancano titoli che parlano in modo intelligente del contesto culturale- come Caccia allo Strega. Anatomia di un premio letterario (Nottetempo) di Gianluigi Simonetti - ma l’editoria che, secondo i dati forniti da AIE denuncia un calo sistematico nelle vendite, somiglia a un gigante con i piedi d’argilla: si pubblica tantissimo, si sbandierano tirature da strapparsi i capelli ma in definitiva, le vendite languono e come scrive Giovanni Turi, direttore editoriale di TerraRossa edizioni, «la maggior parte dei titoli di narrativa italiana non arriva a vendere neanche un migliaio di copie, innescando una bolla che prima o poi esploderà e che attualmente, giova solo ai grandi distributori».

Alla fine, come sempre, il conto lo pagano i lettori che si rivolgono ai librai come l’ultimo baluardo, l’ultimo confine imparziale prima di andare alla cassa. «Il problema», spiega Serino «è che troppo spesso la critica manca totalmente di etica», denunciando un continuo sovrapporsi di recensioni firmate da critici che pubblicano nella casa editrice dello stesso autore, innescando un palese conflitto d’interessi di cui nessuno si stupisce più. Un meccanismo perverso che nei social network genera un’escalation: «Ultimamente», conclude Giacopini «va molto di moda il gioco della torre, in cui uno scrittore a margine della propria presentazione, deve giocare a buttare giù altri autori. Ma se tutto diventa un format, perdiamo il senso dei libri che sono nati per creare dibattito e questo non dovremmo mai dimenticarlo».

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