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Macché sensuale e dannata Ecco la musa di Baudelaire

Spunta una foto della "Venere nera", per 23 anni amante del poeta: un’immagine che smentisce il ritratto di una seduttrice demoniaca
di Rossella Pretto domenica 15 febbraio 2026

4' di lettura

U na ricerca di Catherine Choupin, pubblicata il 27 aprile 2024, rivela che Florine Prospére nacque nel 1819 a Port-au-Prince, ad Haiti, e arrivò a Le Havre il 21 luglio 1821. Florine, che usò nomi diversi, è conosciuta soprattutto come Jeanne Duval, amante di Baudelaire per 23 anni, da lui venerata e maltrattata: una relazione ambivalente che forse affonda le radici nel difficile rapporto che il poeta aveva con la madre, e si staglia sull’affresco più ampio di una civiltà alienante, quella della Parigi di metà Ottocento, che egli va dipingendo. Il legame tra Baudelaire e Jeanne fu lungo e tempestoso, segnato da convivenze, separazioni e continue riconciliazioni. Dopo l’ictus che la paralizzò parzialmente sul lato destro nel 1859, Baudelaire assunse verso di lei un ruolo quasi paterno. Chiamandola «strega dai fianchi d’ebano» o «demone senza pietà», il poeta insiste sulla potenza, sul fascino di Jeanne, ma anche sulla propria inermità, la caduta: è lo specchio della sua dannazione ed egli vi proietta l’immagine del proprio demone.

Da lui cantata in poesie indimenticabili dei Fiori del male, come Profumo esotico e I capelli, ce la immaginiamo come sensualissima, ma anche crudele e odiosa. Lui l’adora e la maledice, ama la sua nativa maestà, il nobile corpo, eppure Jeanne è «opera di qualche Obi», uno stregone. Ha gli occhi neri e un profumo d’avana e muschio. Il fotografo Nadar, di cui fu forse l’amante, la vide da giovanissimo recitare al Théâtre de la Porte-Saint-Antoine in un ruolo minore: ne rimase folgorato. Nella poesia Rimorso postumo, Baudelaire si vendica del sortilegio che Jeanne getta su di lui prefigurandone la morte; in Duellum lotta con l’«amazzone disumana» per eternare l’ardore dell’odio che li distrugge; in L’indemoniato la ama per com’è, anche se accende in lui un piacere morboso o irrequieto, e conclude «Non c’è una sola fibra in tutto il mio corpo tremante/ che non gridi: mio caro Belzebù, io ti adoro!».

In Una Carogna, poesia che si inciderà in maniera particolare in Rilke, Baudelaire porta al grottesco il tema della mortalità del corpo femminile, spesso letto in continuità con la dialettica musa/carne che attraversa anche i testi dedicati a Jeanne. Ma in Il Balcone, Un Fantasma e Ti dono questi versi le riconosce il merito di salvarlo dalla solitudine. Con lei si allea contro il mondo, celebrandola: «Statua/dagli occhi di carbone, grande angelo dalla fronte di bronzo!». Di Jeanne Duval non si sa molto. La critica, e amici spietati, l’hanno detta un vampiro succhia-soldi (forse perché nelle lettere, ansioso di riabilitarsi agli occhi della madre, il poeta le addossò le continue richieste di denaro). Jeanne è anche la donna appartenente al demi monde descritto da Alexandre Dumas e rappresenta, nella scrittura baudelairiana, l’aspirazione alla terra incontaminata che riecheggia in Invito al viaggio, dove tutto «è ordine e bellezza/lusso, calma, e voluttà». Ne Il Cigno, dedicata a Victor Hugo, la pena dell’esilio, la pena per l’animale che si trascina per l’aspro suolo, ridicolo e sublime, rinnova il lamento perla donna nera perduta a Parigi, «smagrata e tisica». In lei coagula la civiltà urbana, industriale e colonizzatrice, che non sa più ritrovare le fonti della gioia. Sempre da Choupin sappiamo che Jeanne morì il 20 dicembre 1868 a Saint-Denis. L’atto recuperato indica che la defunta, di nome Florinne Jeanne Gabrielle Adeline Prosper, abitava al numero 92 di rue de Paris. In quel luogo si trovava allora la Maison de répression, che dal 1769 accoglieva mendicanti e indigenti del dipartimento della Senna. Ma qual era l’aspetto di questa donna potente e disgraziata? Per oltre un secolo la compagna di Baudelaire, la celebre “Venere nera” dei Fiori del male, è rimasta una figura quasi senza volto, conosciuta attraverso descrizioni frammentarie e immagini indirette. Nadar ricordava la sua bellezza «elettrizzante»; Baudelaire la disegnò con occhi grandi, labbra e seno pronunciati, capelli scuri e vita sottile.

Un’ombra femminile, poi cancellata, appare ne L’atelier del pittore di Courbet; nel 1862 Manet la ritrasse in L’amante di Baudelaire, con un’espressione rigida che gli studiosi hanno spiegato con la paralisi seguita all’ictus. La moglie confermò l’attribuzione. Ora, in un saggio per il Times Literary Supplement, Maria C. Scott ricostruisce l’apparizione improvvisa, nell’aprile 2024, di una carte de visite attribuita a Nadar (datata 18 agosto 1862) comparsa sulla pagina Wikipedia di Duval e rintracciata negli archivi della Bibliothèque nationale de France, resa pubblica dalla scrittrice Summer Brennan. La fotografia, con il nome “Jeanne” annotato e il timbro rosso di Nadar, non figurava negli archivi digitalizzati: un dettaglio che spiega come un documento così rilevante sia rimasto invisibile. Scott ne verifica la datazione attraverso indizi scenografici e di moda, mostrando come l’abbigliamento e la postura corrispondano alle figure femminili in Musique aux Tuileries di Manet. Un secondo scatto dello stesso giorno rafforza l’identificazione delle due immagini come ritratti della stessa donna. Le anomalie iconografiche- posa a figura intera, cappello in interni, assenza del gomito appoggiato al tavolino tipica di Nadar - suggeriscono che la fotografia fosse concepita come modello per Manet, che spesso lavorava su cartes de visite. Il legame tra la foto e L’amante di Baudelaire apre nuove letture dell’opera del pittore e del suo dialogo con l’estetica baudelairiana. Le immagini, inoltre, scardinano stereotipi radicati: Duval appare elegante, composta, con anello nuziale e crocifisso al collo, segni che contraddicono la leggenda della seduttrice demoniaca e l’idea di una donna già «vecchia e inferma» nel 1862, come la descrisse il poeta. Pur senza certezza assoluta, le prove circostanziali rendono plausibile che quelle foto siano davvero di Duval e restituiscono, oltre a un volto, una figura più autonoma e resiliente cancellata da pregiudizi e silenzi.

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