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Gesù Cristo era il Messia, ecco l'ultima prova

Da secoli si dibatte sull'attendibilità dei racconti evangelici e molti studi confermano la loro fondatezza In particolare le "Antichità Giudaiche", di cui adesso un saggio uscito a Oxford dimostra l'autenticità
di Antonio Soccisabato 4 aprile 2026
Gesù Cristo era il Messia, ecco l'ultima prova

4' di lettura

Nei giorni della settimana santa risuona nelle chiese il racconto della Passione di Gesù dei Vangeli, scritti, a ridosso degli eventi, da testimoni oculari come Matteo e Giovanni (o, nel caso di Luca e Marco, anche sulla base delle testimonianze di Maria, di Pietro e degli altri apostoli). Scritti quando ancora i protagonisti di quei fatti, pure gli avversari di Gesù, erano vivi e avrebbero potuto smentirli.

Nel secolo scorso l’esegesi critica ha cercato di posticipare la loro composizione per poter sostenere che quei testi conterrebbero cose leggendarie (soprattutto i miracoli e la resurrezione). Eppure anche le datazioni dei Vangeli più tarde (le loro) vanno dal 65 al 90 d.C. Sono quindi prossime. Ma ormai molti elementi, comprese le scoperte di Qumran, inducono gli specialisti a tornare alle date più antiche.

Un biblista come Jean Carmignac, grande erudito, scrive: «Le date più tarde che si possono ammettere sono verso il 50 per Marco (e la Raccolta dei Discorsi), verso il 55 per Marco completo, verso il 55-60 per Matteo, tra il 58 e il 60 per Luca. Ma le date più antiche sono nettamente più probabili: Marco verso il 42, il Marco completo verso il 45, Matteo (ebraico) verso il 50, Luca (greco) poco dopo il 50». Mentre Giovanni va collocato fra il 55 e l’85. John A.T. Robinson in Redating the New Testament colloca tutti i Vangeli prima del 70 d.C.

Sempre nel I secolo riferiscono le vicende storiche di Gesù e dei suoi amici gli Atti degli apostoli, le epistole di Pietro, di Paolo e di Giovanni, la Lettera agli Ebrei, la lettera di Giacomo, quella di Giuda Taddeo e l’Apocalisse.

Poi, alla fine del I secolo, ci sono altri testi cristiani come la Didaché, la Lettera di Clemente e quella di Barnaba (subito dopo il 100 le lettere di Ignazio di Antiochia altre importanti fonti cristiane come Il Pastore di Erma, la Lettera di Policarpo e la Lettera a Diogneto).

Infine abbiamo i riferimenti della letteratura pagana a Gesù negli Annali di Tacito (circa 116 d.C.) e, sui cristiani e il loro credo, negli scritti di Plinio il Giovane (112 d.C.) e Svetonio (120 d.C.).

Si tratta dunque di testimonianze su Gesù (scritte subito dopo gli eventi quelle cristiane) che sono pervenute fino a noi e rappresentano una documentazione storica univoca dei fatti, riferiti in modo dettagliato e incontestabile. Il Nuovo Testamento, con 5700 manoscritti greci (12.000 se si considerano quelli in latino, copto, siriaco, armeno, georgiano ed etiopico) è l’opera più e meglio documentata dell’antichità.

A parte i frammenti che sono antichissimi e i testi incompleti, i manoscritti completi dei Vangeli che abbiamo – Vaticanus e Sinaiticus – nonostante le persecuzioni che distrussero anche i libri cristiani, sono dell’inizio del IV secolo, a una distanza di soli 250-300 anni dagli originali. Mentre – per fare un confronto – i manoscritti delle opere di Euripide e quelle di Catullo sono distanti 1600 anni dall’originale. Il manoscritto delle tragedie di Sofocle 1400 anni. Così pure per le opere di Eschilo, Aristofane e Tucidide.

Le testimonianze non cristiane del I secolo su Gesù sono affascinanti. Per esempio la lettera che il filosofo stoico siriaco Mara bar Serapion scrive dalla prigione dove esorta il figlio ad amare la verità anche se porta a subire persecuzioni. Questo intellettuale pagano indica gli esempi di Socrate, di Pitagora e del “re saggio” degli ebrei, con dettagli che rimandano a Gesù (la lettera, conservata al British Museum, è stata datata dagli esperti all’anno 73 d.C.).

Il caso più clamoroso è quello di Giuseppe Flavio che nelle Antichità giudaiche, opera scritta attorno al 93 d.C., parla di Giovanni Battista e del suo assassinio.
E su Gesù scrive: «Visse in questo tempo Gesù, uomo sapiente, sempre che si possa definire uomo. Infatti egli compiva opere straordinarie e fu maestro di uomini che accolgono con gioia la verità. Così ha tratto a sé molti Giudei e anche molti Greci. Egli era il Cristo. E quando, dopo le accuse dei nostri notabili, Pilato lo fece crocifiggere, coloro che fin da principio lo avevano amato non smisero di amarlo.

Tre giorni dopo egli apparve loro nuovamente vivo, secondo ciò che i santi profeti avevano predetto di lui insieme ad altre meraviglie. Ancora oggi sussiste la tribù di quelli che da lui hanno assunto il nome di cristiani».

È importante ricordare che Giuseppe Flavio non era cristiano. Era nato a Gerusalemme nel 37 d.C. da una famiglia sacerdotale per parte di padre e regale per parte di madre, quindi aveva informazioni di prima mano su Gesù dai suoi stessi familiari e non solo, avendo conosciuto alcuni sommi sacerdoti.

In quella sua pagina ci sono almeno tre passi clamorosi: «sempre che si possa definire uomo», «egli era il Cristo» e «tre giorni dopo apparve loro nuovamente vivo». Dal Settecento in poi si cominciò a contestarne l’autenticità. Si credette che quelle parole fossero di un successivo copista cristiano.

Ma se fosse così perché tutti gli antichi codici arrivati fino a noi delle Antichità giudaiche, da qualsiasi posto (in greco, latino e altre lingue antiche), riportano quella pagina? Non è possibile che uno scriba cristiano abbia potuto fare la stessa interpolazione simultaneamente su tutte le copie possedute a Roma, Alessandria, Cartagine o Cesarea. Sono sempre di più gli studiosi che, dopo attente analisi filologiche, ipotizzano l’autenticità di quella pagina.

Per esempio Serge Bardet nel libro Le Testimonium Flavianum. Examen historique, considérations historiographiques (Cerf). L’ultima novità è il volume di T. C. Schmidt, Josephus and Jesus Josephus and Jesus: New Evidence for the One Called Christ (Oxford University Press), uno studio di grande erudizione che chiarisce tutti gli aspetti critici e giunge a dimostrare l’autenticità del Testimonium Flavianum.

L’autore evidenzia che non è un testo cristiano, spiega che un copista cristiano non avrebbe usato quelle parole, ma mostra che quella pagina rappresenta una stupefacente conferma, di parte non cristiana, dei resoconti evangelici.