Il 25 aprile 1926, al Teatro alla Scala, andava in scena per la prima volta Turandot, l’ultimo capolavoro di Giacomo Puccini, rimasto incompiuto e rappresentato dopo la morte del compositore. Da allora, per un secolo, l’immagine è rimasta immutata: una principessa cinese, enigmi mortali, una corte imperiale a Pechino. Ma c’è un problema. Quella favola, semplicemente, in Cina non esiste. Non esiste nella tradizione narrativa cinese una principessa che sottoponga i pretendenti a enigmi e li faccia uccidere in caso di fallimento. Non esiste un ciclo fiabesco con questa struttura. Non esiste un archetipo che tenga insieme crudeltà rituale, prova intellettuale e rifiuto del matrimonio. E allora la domanda è inevitabile: se non è cinese, da dove viene Turandot? Il primo indizio è nel nome. “Turandot” deriva dal persiano Turandokht: “figlia di Turan”. E Turan, nella geografia culturale antica, non è la Cina. È il mondo a nord dell’Iran: Asia centrale, steppe, civiltà nomadi. Non basta. Perché quella figura - una donna che sfida i pretendenti e li sconfigge - ha un precedente preciso. Alla fine del XIII secolo, nel Milione, Marco Polo racconta la storia di Khutulun, figlia del principe Kaidu, discendente della linea di Kublai Khan. Khutulun è una figura reale, non una leggenda: bellissima, fortissima, rifiuta il matrimonio e sfida i pretendenti uno dopo l’altro, vincendo sempre. Nessuno riesce a batterla. La struttura è già lì: la principessa inaccessibile, la prova, il rischio mortale per chi tenta.
È l’unico caso documentato che presenti una somiglianza così forte. La storia, però, non arriva direttamente a Puccini. Si trasforma. Tra il 1710 e il 1712, François Pétis de la Croix pubblica Les Mille et un jours. Qui compare la Turandot che conosciamo: enigmi, Calaf, ambientazione cinese. Ma questa Cina è già un prodotto europeo. Pétis lavora su materiali persiani e ottomani e, soprattutto, compie un gesto decisivo: sposta la storia in Cina, non perché nasca lì, ma perché nel Settecento europeo la Cina è il luogo perfetto per ambientare una fiaba esotica e crudele. È una scelta culturale, prima ancora che geografica. Da quel momento la catena è chiara. Nel 1762 Carlo Gozzi porta la storia in teatro. All’inizio dell’Ottocento Friedrich Schiller la trasforma in dramma serio. Nel Novecento Giuseppe Adami la consegna a Puccini, che la fissa definitivamente nell’immaginario operistico. Ma Puccini non inventa nulla di cinese: eredita una tradizione europea che, a partire da Pétis de la Croix, ha già deciso che quella storia, mongola, “deve” essere cinese. Il paradosso è tutto qui: la Cina è diventata il volto di Turandot, ma non la sua origine. Oggi alcune fonti accennano a questa complessità, ma non si è mai ricostruito l’intero percorso: nome persiano, trasmissione ottomana, rielaborazione francese, trasformazione teatrale europea. E soprattutto non si è mai messo a fuoco il dato più semplice: la figura della principessa che sfida e uccide i pretendenti non appartiene alla tradizione cinese. Appartiene, piuttosto, a un immaginario molto più antico che riporta a una figura storica precisa: la principessa mongola Khutulun raccontata da Marco Polo.
E questa traccia, oggi, non è soltanto nei libri. Durante un recente viaggio in Mongolia ho avuto modo di entrare in contatto con una discendente di quella linea familiare, una testimonianza viva che restituisce a quella figura una dimensione reale, non soltanto leggendaria. È a questo punto che la prospettiva cambia davvero. E questa non è più soltanto una ricostruzione teorica. È già in preparazione a Ulaanbaatar la prima rappresentazione di Turandot interamente concepita secondo la tradizione mongola, con scene, costumi e visione legati al mondo della steppa. Per la prima volta, quella possibile origine esce dai libri e diventa realtà scenica. E forse, quando Turandot verrà rappresentata nella grande piazza di Ulaanbaatar, con scene e costumi della tradizione mongola, chissà che tra il pubblico non ci sia anche la sua discendente. Seduta in prima fila a controllare se abbiamo raccontato bene la storia.