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Il segreto pucciniano: Turandot non è cinese

Tutti sono convinti che sia una favola ambientata a Pechino, ma in Cina non esiste. L’origine è a nord dell’Iran
di Enrico Stinchelli sabato 25 aprile 2026

3' di lettura

Il 25 aprile 1926, al Teatro alla Scala, andava in scena per la prima volta Turandot, l’ultimo capolavoro di Giacomo Puccini, rimasto incompiuto e rappresentato dopo la morte del compositore. Da allora, per un secolo, l’immagine è rimasta immutata: una principessa cinese, enigmi mortali, una corte imperiale a Pechino. Ma c’è un problema. Quella favola, semplicemente, in Cina non esiste. Non esiste nella tradizione narrativa cinese una principessa che sottoponga i pretendenti a enigmi e li faccia uccidere in caso di fallimento. Non esiste un ciclo fiabesco con questa struttura. Non esiste un archetipo che tenga insieme crudeltà rituale, prova intellettuale e rifiuto del matrimonio. E allora la domanda è inevitabile: se non è cinese, da dove viene Turandot? Il primo indizio è nel nome. “Turandot” deriva dal persiano Turandokht: “figlia di Turan”. E Turan, nella geografia culturale antica, non è la Cina. È il mondo a nord dell’Iran: Asia centrale, steppe, civiltà nomadi. Non basta. Perché quella figura - una donna che sfida i pretendenti e li sconfigge - ha un precedente preciso. Alla fine del XIII secolo, nel Milione, Marco Polo racconta la storia di Khutulun, figlia del principe Kaidu, discendente della linea di Kublai Khan. Khutulun è una figura reale, non una leggenda: bellissima, fortissima, rifiuta il matrimonio e sfida i pretendenti uno dopo l’altro, vincendo sempre. Nessuno riesce a batterla. La struttura è già lì: la principessa inaccessibile, la prova, il rischio mortale per chi tenta.

È l’unico caso documentato che presenti una somiglianza così forte. La storia, però, non arriva direttamente a Puccini. Si trasforma. Tra il 1710 e il 1712, François Pétis de la Croix pubblica Les Mille et un jours. Qui compare la Turandot che conosciamo: enigmi, Calaf, ambientazione cinese. Ma questa Cina è già un prodotto europeo. Pétis lavora su materiali persiani e ottomani e, soprattutto, compie un gesto decisivo: sposta la storia in Cina, non perché nasca lì, ma perché nel Settecento europeo la Cina è il luogo perfetto per ambientare una fiaba esotica e crudele. È una scelta culturale, prima ancora che geografica. Da quel momento la catena è chiara. Nel 1762 Carlo Gozzi porta la storia in teatro. All’inizio dell’Ottocento Friedrich Schiller la trasforma in dramma serio. Nel Novecento Giuseppe Adami la consegna a Puccini, che la fissa definitivamente nell’immaginario operistico. Ma Puccini non inventa nulla di cinese: eredita una tradizione europea che, a partire da Pétis de la Croix, ha già deciso che quella storia, mongola, “deve” essere cinese. Il paradosso è tutto qui: la Cina è diventata il volto di Turandot, ma non la sua origine. Oggi alcune fonti accennano a questa complessità, ma non si è mai ricostruito l’intero percorso: nome persiano, trasmissione ottomana, rielaborazione francese, trasformazione teatrale europea. E soprattutto non si è mai messo a fuoco il dato più semplice: la figura della principessa che sfida e uccide i pretendenti non appartiene alla tradizione cinese. Appartiene, piuttosto, a un immaginario molto più antico che riporta a una figura storica precisa: la principessa mongola Khutulun raccontata da Marco Polo.

E questa traccia, oggi, non è soltanto nei libri. Durante un recente viaggio in Mongolia ho avuto modo di entrare in contatto con una discendente di quella linea familiare, una testimonianza viva che restituisce a quella figura una dimensione reale, non soltanto leggendaria. È a questo punto che la prospettiva cambia davvero. E questa non è più soltanto una ricostruzione teorica. È già in preparazione a Ulaanbaatar la prima rappresentazione di Turandot interamente concepita secondo la tradizione mongola, con scene, costumi e visione legati al mondo della steppa. Per la prima volta, quella possibile origine esce dai libri e diventa realtà scenica. E forse, quando Turandot verrà rappresentata nella grande piazza di Ulaanbaatar, con scene e costumi della tradizione mongola, chissà che tra il pubblico non ci sia anche la sua discendente. Seduta in prima fila a controllare se abbiamo raccontato bene la storia. 

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