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Il "sacro fuoco" brucia l'ipocrisia borghese

Il nuovo romanzo di Emmanuel Venet indaga i meccanismi del desiderio e i luoghi comuni odierni: un'opera che è bene non farsi sfuggire
di Francesco Musolino venerdì 24 aprile 2026

2' di lettura

Il 15 aprile 2010, in una cittadina immaginaria della provincia francese, la cattedrale di Saint-Frésquin prende fuoco e crolla. Esattamente nove anni prima di Notre-Dame. Ma il fuoco che Emmanuel Venet scrittore e psichiatra lionese - insegue nel suo romanzo Sacro fuoco (Prehistorica, pp. 230 €18, traduzione di Alice Laverda) era già divampato nel 1988, durante un battesimo, quando padre Philippe Lardent posò gli occhi su Marie-Ange, la madre del neonato e ne fu travolto. Da quel momento in poi, le due combustioni - quella della passione e quella dell'edificio sacro - si alimentano a vicenda, finché non sarà più possibile distinguerle.

Venet è uno di quegli autori che intingono la penna nell'umorismo nero. La sua è una gioiosa impresa di demolizione dei vizi dell’epoca, condotta con la precisione di chi studia la mente umana per mestiere. Il romanzo è costruito in venticinque brevi capitoli, centrato sugli abitanti di Pontorgueil.

In questa piccola comunità dove tutti credono di conoscersi a menadito, Venet dissemina un campionario generoso di ipocrisia borghese come il politico corrotto, lo psichiatra che si addormenta durante le sedute e Blaise Muki, il capro espiatorio sacrificato per il bene comune; mentre il probabile responsabile dell’incendio - Brandon, figlio di una prostituta, smarritosi nell’alcol scomparirà senza lasciare traccia, nei meandri della burocrazia. Il meccanismo è flaubertiano nella precisione, stendhaliano nella cattiveria e parla direttamente a noi lettori.

Al centro di tutto resta la storia tra Lardent e Marie-Ange ci sono vent’anni di confessioni settimanali. È una relazione che si sviluppa per gradi, con la lentezza tortuosa di ciò che non può essere detto, dentro lo spazio esiguo di una grata da confessionale. Venet conosce i meccanismi del desiderio, il modo in cui l’ossessione si ramifica nelle sinapsi e sa bene che certi ardori non si possono domare solo con la buona volontà.

Quando la relazione si consuma e poi si interrompe bruscamente, la catastrofe sarà psicologica, ancor prima che morale. C’è poi un capitolo che vale da solo l’intero romanzo: la riunione dei notabili locali che discutono cosa fare del terreno dove sorgeva la cattedrale, ormai rasa al suolo dalle fiamme. È un campionario sorprendente dei luoghi comuni del progressismo occidentale del nuovo millennio. La parola più frequente è «paradigma»; il compromesso tra le varie parti diventa «costruzione di un paradigma comune», ovviamente «non divisivo», anzi «proattivo», perché «il mondo va veloce»- cliché già deriso e preso di mira da Céline. È il momento in cui Venet metta a nudo il suo meccanismo, con una precisione che ricorda i comizi agricoli di Flaubert in Madame Bovary: stessa coralità, stessa ferocia mascherata da commedia.

In definitiva, Venet non offre alcuna consolazione. Sacro fuoco fa crudelmente sorridere ma svela le nostre meschinità. Per inciso, sul terreno della cattedrale costruiranno un centro commerciale. I lavori sono già iniziati.

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