F ort Bragg, 17 febbraio 1970. Un capitano medico dei Berretti Verdi, Jeffrey MacDonald, viene trovato ferito accanto ai cadaveri della moglie incinta e delle due figlie, massacrate a colpi di bastone e con un punteruolo da ghiaccio. Lui giura di essere stato aggredito da un branco di hippie nel cuore della notte. Sulla testata del letto, scritta col sangue, la parola “PIG”, come nei delitti di Charles Manson che hanno scosso l’America. Un tribunale militare lo scagiona, ma anni dopo il processo viene riaperto, destinato a diventare uno dei casi letterari più scomodi del Novecento. MacDonald vuole qualcuno che racconti la sua innocenza.
Il giornalista Joe McGinniss vuole una storia che lo porti nella scia di Truman Capote. Ottiene l’esclusiva, firma un accordo che garantisce a MacDonald una quota dei proventi, entra nella squadra della difesa, condivide la casa con l’imputato, raccoglie lettere, nastri e confidenze. Gli fa credere di essere dalla sua parte ma si convince della sua colpevolezza. Quando MacDonald viene condannato all’ergastolo, McGinniss continua a scrivergli come un amico ma nel 1983, pubblica Fatal Vision, il ritratto di un assassino narcisista e psicopatico. MacDonald lo riceve in carcere, capisce di essere stato usato e cita McGinniss per frode. È qui che entra in scena la giornalista Janet Malcolm, scrivendo Il giornalista e l'assassino (Adelphi, pp.170 €19, traduzione di Enzo d'Antonio, in libreria da oggi). È il reportage in due puntate che il New Yorker dedicò al processo del 1987. Inedito in Italia, arriva trentasei anni dopo l'edizione americana e cinque dopo la morte dell'autrice, con una preziosa postfazione di Emmanuel Carrère (e in copertina, c’è uno scatto ritrae Jeffrey Robert MacDonald e Colette Stevenson ritratti nel giorno del loro matrimonio). Con un lavoro pregevole, Malcolm ribalta tutta la prospettiva e riflette su un tema cruciale: un giornalista ha il diritto di dire la verità su un uomo dopo avergli fatto credere di essere dalla sua parte? L'attacco della Malcolm è diventato una delle frasi più famose e più detestate del giornalismo: «Il giornalista è una sorta di impostore che sfrutta la vanità, l'ignoranza, la solitudine del prossimo: ne guadagna la fiducia e lo tradisce senza scrupoli». È una tesi feroce perché non salva nessuno, né MacDonald che voleva uno scrittore sodale per manipolare l’opinione pubblica, né tantomeno McGinniss che ha usato l'amicizia come lasciapassare ma si è lasciato sedurre dal potere di seduzione insito nelle storie e nella cronaca nera che ammalia il pubblico. Una sorta di sindrome di Sheherazade. Nei sei anni di lavoro su A sangue freddo, Truman Capote costruì con l'omicida Perry Smith un legame ambiguo, affettuoso e predatorio: raccoglieva confidenze, coltivava intimità, ma intanto aspettava che l'esecuzione capitale chiudesse la storia e gli permettesse di pubblicare il libro destinato a consacrarlo.
McGinniss eredita quel modello e lo spinge in una zona ancora più scivolosa: non soltanto ascolta l'assassino, o il presunto assassino, ma si presenta come alleato e fratello di sventura. Al processo del 1987, il paradosso esplose in aula: McGinniss non veniva giudicato per avere scritto una menzogna, ma per aver mentito proditoriamente. Le sue lettere a MacDonald furono l’arma decisiva: parole da amico, da alleato, da uomo sinceramente indignato per la condanna. La sua difesa chiamò scrittori come William Buckley e Joseph Wambaugh per spiegare che, nella nonfiction, l’autore può anche tacere ciò che pensa e simulare empatia se questo serve a ottenere una verità più grande. Ma quella giustificazione produsse l’effetto opposto. Davanti alla giuria, l’argomentazione “così fan tutti” suonò come una confessione. Cinque giurati su sei giudicarono MacDonald una vittima - nonostante i tre ergastoli da scontare- e McGinniss un vile traditore che pagò 325 mila dollari di risarcimento. Carrère, nella postfazione, definisce Il giornalista e l’assassino «un modello di reportage letterario che dovrebbe essere studiato nelle scuole di giornalismo», ma si smarca dalla sua tesi più cupa. Anche lui ha raccontato un assassino: Jean-Claude Romand, protagonista del L’Avversario, l’uomo che sterminò l’intera famiglia dopo anni di menzogne. Carrère rivendica di non averlo mai ingannato, per lui il limite non passa tra giornalismo sporco e letteratura nobile, ma tra chi finge di osservare la storia in modo imparziale e chi accetta di esserne parte in causa. Nell'epoca dei podcast true crime, delle docuserie giudiziarie e dei processi trasformati in intrattenimento permanente, Il giornalista e l'assassino si rivela un libro cruciale proprio perché ci costringe a riflettere. Non basta chiedersi se una storia sia vera. Bisogna chiedersi che cosa abbiamo fatto per ottenerla. E quanta fiducia possiamo riporre in chi ce la racconta.