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La solitudine (e l'amore) in un mondo senza radici

A 20 anni dal trionfo al Booker Prize, l’autrice indiana torna con una storia che racconta il lato oscuro della globalizzazione
di Francesco Musolino venerdì 15 maggio 2026

4' di lettura

Ci sono scrittori che inseguono tutta la vita il successo e altri che sembrano sottrarsi persino alla gloria. Nel 2006, la scrittrice indiana Kiran Desai vinse il Booker Prize con Eredi della sconfitta e sparì dalla scena letteraria. Vent’anni dopo, con La solitudine di Sonia e Sunny - in libreria per Adelphi dal 22 maggio, nella traduzione di Giuseppina Oneto - firma un romanzo potente: settecentosessantadue pagine per una storia d’amore che attraversa India, Stati Uniti e approda a Venezia, con un cast sterminato di famiglie, amanti e fantasmi coloniali. Un libro capace di narrare il mondo e, insieme, di coglierne tutte le sfumature, una storia intrisa di dolce malinconia, perfettamente congeniale a un tempo che promette libertà ma produce spaesamento. Con La solitudine di Sonia e Sunny, l’autrice 54enne svela il crudele rovescio della globalizzazione: avremmo dovuto essere più liberi, istruiti, padroni di noi stessi.

Questo romanzo dimostra che si può vivere tra due continenti, studiando nei college più importanti, inseguendo l’amore senza rinunciare alla carriera, per poi scoprire che la nostra identità è un cantiere aperto e noi non apparteniamo a nessuno. Nemmeno a noi stessi. Il libro attraversa gli anni Novanta e l’inizio dei Duemila mentre Sonia e Sunny sono legati da un destino quasi inevitabile: entrambi indiani, figli di famiglie agiate, spediti all’estero per studiare in un mondo pieno di possibilità. In un college del Vermont, lei è impigliata in una relazione tossica con Ilan, un pittore narcisista e manipolatorio; Sunny, invece, è un giovane giornalista a New York, inquieto e ambizioso, in fuga da una madre possessiva. Il loro incontro avverrà su un treno notturno in India e da lì nascerà un amore travolgente ma fragile, continuamente minacciato da faide familiari, superstizioni e da un misterioso amuleto che Sonia smarrisce, come fosse il segno di una protezione perduta.

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Desai firma un romanzo-mondo, uno di quei libri pieni di personaggi e storie intrecciate a meraviglia ma tutto parte dal senso di solitudine che cozza con le case indiane, affollate di gente, così vive e chiassose mentre lei si intristisce sotto la candida neve del Vermont. Il romanzo è anche una grande commedia, spesso esilarante e spietata, perché la famiglia viene narrata come rifugio e trappola: i vecchi debiti tra famiglie diventano occasioni matrimoniali, i genitori amano i figli ma li manipolano e le vite dei ragazzi sono trattate come una partita a scacchi giocata dagli anziani.

Sonia vuole scrivere e Desai affronta il sottile dilemma della letteratura postcoloniale, un tema cruciale da Salman Rushdie in poi: come si può raccontare, come si può cogliere l’essenza dell’India senza trasformarla in una cartolina per l’Occidente? Come parlare di famiglie, caste, matrimoni combinati, superstizioni, monsoni, povertà e contraddizioni senza consegnare tutto allo sguardo di chi aspetta soltanto una chiave esotica, fra curry e realismo magico? Sonia capisce che una storia può essere vera e, nello stesso tempo, sembrare finta nel momento in cui qualcuno se ne appropria. È una questione letteraria ma anche morale: chi ha il diritto di raccontare una cultura e fin dove possiamo spingerci, senza tradire le nostre radici? Dal canto suo, Sunny lavora come giovane editor per l’Associated Press, vive a Brooklyn con una fidanzata americana, viene accolto ma sente il peso del giudizio altrui. E quando avviene l’attentato dell’11 settembre, cambia drasticamente il modo in cui l’America guarda all’alterità, agli accenti, al colore della pelle. Lo scherno diventa sospetto e si tratta di una via senza ritorno.

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Il risultato è un romanzo volutamente eccessivo, lontano dalla compattezza del prodotto narrativo contemporaneo che deve intrattenere senza impegnare il lettore. La solitudine di Sonia e Sunny esige tempo, immersione e abbandono, un oceano di storie in cui la linea principale viene continuamente attraversata da memorie familiari, deviazioni comiche e dolori antichi. Desai si concede numerosi punti di vista e concede spazio a piccoli episodi e personaggi secondari che pretendono spazio. Ma proprio qui sta la sua ambizione: l’autrice non ci offre una storia levigata e addomesticata, vuole costruire un’esperienza di immersione.

Un giudizio condiviso dallo scrittore Peter Cameron (che affiancherà l’autrice sabato 16 maggio al Salone del Libro di Torino e lunedì 18 alla Triennale di Milano), definendo questo libro «un romanzo così pieno, straripante d’immaginazione, personaggi, mondi, emozioni, colori e avventure, che mi è sembrato non di leggerlo ma di viverlo, e mi ha lasciato un senso di felicità e meraviglia».

Ma tutto ruota attorno al concetto di solitudine esistenziale. Sonia e Sunny si cercano a vicenda come un rifugio mentre infuria la tempesta, una lingua comune in un mondo offre loro ogni possibilità e continua a negarsi e anche l’amore, quello romantico e più puro, diventa un tentativo fragile quanto ostinato di trovare requie dallo sradicamento culturale. Ecco perché il romanzo di Kiran Desai appare così urgente. Siamo tutti connessi e raggiungibili ma non sappiamo come far fronte alla malinconia, non riusciamo a raccontare la magia del nostro paese senza scivolare in quel finto folklore che puzza di finzione. Sonia e Sunny lo scoprono sulla propria pelle: si può amare moltissimo e restare comunque soli. Si può attraversare il mondo intero, cambiare lingua e paese senza sentirsi mai davvero a casa.

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