A Barcellona, in una giornata di prima estate, succede qualcosa di particolare, nonostante sia una città abituata all’inusuale, all’eccentrico. Una folla si snoda lungo le strade centrali, senza schiamazzare, senza urlare; si canta e si prega, in molti piangono, mentre cercano di arrivare il più vicino possibile al cantiere della Sagrada Familia. È il 12 giugno 1926, giorno dei funerali di Antoni Gaudì, artista, mistico, uomo di grande fede, che chiamano «l’architetto di Dio», molti con affetto e ammirazione, altri con disprezzo. È morto all'Ospedale della Santa Creu, l’ospedale dei più poveri, dove il 7 giugno, è stato ricoverato perché investito da un tram lungo la Gran Via. A causa dei suoi abiti logori e dell’aspetto dimesso, viene scambiato per un mendicante e soccorso con ritardo. Due giorni di agonia, poi il 10 giugno muore. Nonostante le richieste di Gaudí di avere un funerale semplice e l’ordinanza delle autorità che vieta l’uso di corone di fiori, Barcellona si ferma per salutarlo. Mentre il carro funebre l’attraversa, la gente dalle finestre lancia fiori al suo passaggio. Le spoglie di Gaudí vengono tumulate nella cripta della Sagrada Familia, nella cappella della Virgen del Carmen, dove riposano tuttora. Non poteva essere diversamente: questa è l’opera a cui ha dedicato ogni fibra del suo essere, il sigillo della sua esistenza. La morte e il funerale sintetizzano la vita di Gaudì, fuori dagli schemi, governata dalla creatività e dalla certezza di essere vicino a Dio. Una fede e un’esistenza esemplari, tanto che papa Francesco lo ha dichiarato Venerabile, il primo “gradino” che porta alla beatificazione e alla canonizzazione.
LE CELEBRAZIONI
A cent’anni dalla morte si moltiplicano le iniziative dedicate a questa figura straordinaria. La ricorrenza assume un significato particolare anche alla luce del viaggio apostolico di Leone XIV in Spagna. Il 10 giugno, a cento anni esatti dalla morte di Gaudí, il Pontefice inaugurerà la nuova e più alta torre della basilica, quella dedicata a Gesù Cristo, completata dall’Agnus Dei di Andrea Mastrovito.
Esce, intanto, una nuova, importante biografia firmata dal biblista Armand Puig i Tàrrech, pubblicata dalle edizioni San Paolo, dal titolo Antoni Gaudí. Vita e opera (euro 29, pp.386) . Un’altra interessante biografia sta per uscire in libreria: Gaudí vivo, di Chiara Curti, per le edizioni Ares, (pp.296, euro 20), capace di far scoprire al lettore la quotidianità dell’artista, anche attraverso le testimonianze di chi lo ha incontrato e conosciuto.
Nato il 25 giugno 1852 nel Camp de Tarragona, Antoni proviene da una famiglia di artigiani del rame; impara presto a usare con abilità mente e mani, in una sorta di umanesimo integrato, che non separa niente ma in tutto cerca una sintesi, nel puro stile educativo cristiano. Crescendo, la sua vocazione artistica diventa sempre più chiara, così come è evidente che il suo è uno stile del tutto diverso. Quando comincia a studiare e compie i primi passi nel mondo artistico, il temperamento sanguigno lo porta ad avere contrasti con i docenti; ha dimenticato la sua infanzia quasi ascetica e gli piace esibirsi sui palcoscenici di alcuni teatri e atteggiarsi con modi da dandy: del resto è bello, occhi azzurri, capelli biondi e folti, elegante. Ed è anche impegnato sul fronte sociale e politico. Ma quando inizia a lavorare, lo fa sul serio. Anche se si tratta di progettare semplicemente lampioni per la Plaça Reial: riesce a trovare una soluzione brillante, adoperando di strutture a sei bracci vivificate dal connubio di pietra e ghisa.
Arrivano commissioni più importanti, realizza progetti per case private ed edifici pubblici, finché gli viene proposto il cantiere di una chiesa. Siamo nel 1883, i lavori per la verità sono già iniziati da un altro architetto, il progetto è quello per la Basilica e Tempio Espiatorio della Sacra Famiglia, o Sagrada Família.
Una costruzione monumentale e complessa, che assorbirà le sue energie fino alla morte, e diventa un vero e proprio spartiacque esistenziale nella vita dell’architetto, sentendosi investito da un imperativo mistico e spirituale: non più teatri, concerti, dibattiti o cene raffinate, dunque. D’ora in poi vive in uno stile di vita frugale, quasi monacale, finalizzato alla costruzione di quello che viene concepito come un altare espiatorio che «si deve nutrire di sacrifici». Ama stare fra la gente, soprattutto con i più umili, vive con gli operai, si dà da fare per raccogliere fondi, accoglie i visitatori del cantiere, ma nello stesso tempo alimenta un’intensa vita di meditazione e di preghiera, decidendo di vivere in una modesta stanza dentro il cantiere. La sua preoccupazione non è terminare le opere, i lavori per la Sagrada Familia durerà per altri cento anni, dopo la sua morte, ma indagare l’uomo e il suo destino, guardare la realtà come un linguaggio “cifrato” in cui Dio comunica con l’umanità e l’intera creazione. Lo fa fino all’ultimo giorno, quando viene raccolto per strada, ferito a morte, vestito come un medicante.