Che la vita sia una malattia mortale trasmessa per via sessuale lo si è già detto tante volte. Non sappiamo se sia partito di qui Marco Rossari per compilare la sua raccolta di poesie L’amore è una malattia sessualmente trasmissibile (Rizzoli, pagg. 120, euro 16, con le appropriate illustrazioni di Cristina Fiorenza). Anche che l’amore sia vita (non necessariamente il contrario) può trovare tanti d’accordo, il che chiuderebbe un interessante sillogismo. Sono brevi componimenti a versi liberi, erotici, uniscono immagini di amore carnale a pensamenti anche malinconici, ma soprattutto ironici. Il piacere, si sa dura poco, l’appagamento postcoitale è già preludio di nuove assenze: «Abbiamo fatto l’amore siamo/nudi e dormiamo respiriamo/insieme piano chissà che cosa resta». Ma infatti, che cosa resta? Restano altri desideri, fantasticherie, fatiche, abbandoni; in sostanza: grane. «A una certa età la fatica è tanta, il piacere è breve, la posizione è ridicola». Pare l’abbia detto Byron, che peraltro è morto a 36 anni (io l’ho sentito ripetere da Vittorio Feltri, ma in età ben più avanzata).
Rossari sembra voler suggerire (innanzitutto a se stesso) una possibile via di fuga proprio nella parola e nella poesia: «Scriverti, scrivere di te,/scrivere versi intorno a te/mi riposa: è questo l’approdo dell’età: non l’estasi, ma la stasi». La scrittura si sovrappone letteralmente al corpo: «Mi piacerebbe scriverti/sul corpo. Scoprirti per coprirti/di scarabocchi, farti due occhi/sulle chiappe, disegnare...». Viene in mente la scena de Le relazioni pericolose, quando il marchese di Valmont scrive un messaggio alla donna che cerca di sedurre per gioco, appoggiando la carta da lettera sul sedere di una giovane amante. Questo sì che si chiama distacco. Questa “letteratura delle dita lente” appare anche come un argine all’erotismo d’accatto che imperversa sui telefonini.
L’autore di questi versi deve averci dato dentro abbastanza, ed è una buona notizia che consideri il sexting una cosa da «imbranati in rete». La foto di un amplesso è il primo modo per dimenticarsi il partner, lo/la si ricorda molto di più attraverso segni tangibili, come un capello sul cuscino che forma un punto di domanda, le tracce di un deodorante profumato in bagno una mattina, quando uno magari pensa ad altro. Un vuoto che cerchiamo di riempire a furia di sms, quando a mancare non sono il sesso e neppure l’amore, semmai la quotidianità, la quiete del ritrovarsi la sera senza l’affanno di aver pensato tutto il giorno alla mancanza di un altro che magari nemmeno ci vuole. Altro che gli sms che “lo fanno tirare come a un pornodivo”. Si cancellano invece nei ricordi le relazioni lampo, le scopate della sera stessa in cui ci si è conosciuti, dopo le quali magari si scendono frettolosamente le scale per abbandonare l’edificio.
Poi c’è la nevrosi, inevitabilmente legata ai rapporti erotici, alla sindrome da abbandono, c’è il paradosso di fuggire da “una che sta con uno come me”, come nella famosa battuta di Groucho Marx: «Non vorrei mai far parte di un club che avesse tra i suoi membri gente come me». Qui si manifesta l’amore come patologia, non tanto per le malattie veneree rievocate, come la sifilide e lo scolo, ma come eterno malessere, soprattutto nel momento in cui, non essendo capaci di stare soli, si fa pagare ad altri la propria debolezza con il ghostingpunitivo. Con la conseguenza che «ci diamo tutti degli stronzi, siamo/un coacervo di recriminazioni/epena, in attesa che arrivi/ l’anima gemella a tirare la catena». Siamo sideralmente lontani dall’amore romantico o cortese, che pure faceva soffrire. Oggi ci tocca «La perversione estrema: legarla alla spalliera e/rileggerle Kundera/per tutta quella sera». E ovviamente non si guarisce mai, se non smettendo di vivere.