Il nome di Carlo Ginzburg, morto ieri a Bologna a 87 anni (era nato a Torino il 15 aprile 1939), rimarrà legato alla “microstoria”, una corrente e un metodo storiografici affermatisi fra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso e di cui lui fu eminente esponente (insieme ad Alberto Caracciolo, Eduardo Grendi e Giovanni Levi). Fenomeno tutto italiano, seppur legato a riferimenti internazionali di grande rilievo, la microstoria rompeva radicalmente con le nostre più consolidate tradizioni storiografiche: la storia etico-politica di Croce e quella economico-giuridica di Volpe. Fu una specie di Sessantotto della storiografia e Ginzburg ne sarebbe diventato il più famoso padre spirituale (anche politicamente, sempre di sinistra e sempre da posizioni radical-chic). La sua idea di storia si proponeva di ridurre drasticamente di scala la ricerca storiografica: non nel senso di occuparsi esclusivamente degli aspetti minimi e persino banali della quotidianità, ma in quello di passare al microscopio gli oggetti, i personaggi e i libri indagati, dando peso analitico anche ai meri dettagli.
L’ambizione, mai del tutto celata, era quella di riscrivere la stessa macrostoria, ribaltando i rapporti di forza sanciti dalla tradizione e relativizzando le interpretazioni più accreditate. Quanto al rischio della frammentarietà e del relativismo, Ginzburg non sembrava darsene motivo di preoccupazione. Anzi negava addirittura che l’esito della sua ricerca potesse avvicinarsi al postmoderno, se non altro perché convinto di tenere ben saldi i piedi nella realtà. Tutto era iniziato quando luifiglio giovanissimo del filologo e martire antifascista di origine russa, Leone, e di una importante scrittrice, Natalia – si imbatté in alcuni documenti attestanti l’esistenza in Friuli, fra Cinque e Seicento, di culti propiziatori del raccolto e della fertilità, molto simili ad altri presenti nell’area della Mitteleuropa. Ai Benandanti, i protagonisti di questi culti condannati dalla Chiesa, è dedicato il suo primo libro, uscito nel 1966, che si segnala per lo stile narrativo che resterà proprio del suo intero lavoro storiografico.
Il successo internazionale doveva arrivare però nel 1976, l’anno in cui esce Il formaggio e i vermi, tradotto in più di venti lingue e assurto a modello del nuovo modo di fare storia. Nel libro si narra la vicenda di un mugnaio e predicatore friulano, Menocchio, accusato di eresia e condannato al rogo nel 1599. Ginzburg è interessato soprattutto alle idee di Menocchio, alla sua capacità di fondere credenze popolari e cultura alta in una sintesi di radicalismo religioso e politico. Il metodo storiografico di Ginzburg non lavora sui libri e le ricerche degli altri storici, ma, muovendo da alcuni indizi, va alla ricerca di prove attraverso il compulsare analitico di registri, lettere private, diari, atti pubblici. La vita e la personalità dei protagonisti dei suoi libri convergono verso il suo obiettivo principale: elaborare una storia delle mentalità dei diversi periodi storici. Il paradigma storico si avvicina a quello giudiziario e lo storico diventa una sorta di detective. L’esempio più chiaro di questa metodologia si trova in Il giudice e lo storico, scritto nel 1991 per dimostrare, carte alla mano, l’estraneità di Adriano Sofri all’omicidio del commissario Calabresi.
Ginzburg ha applicato il suo metodo analitico a un grande pittore come Piero Della Francesca (Indagini su Piero, 1981), ma anche a pensatori del calibro di Hobbes (Paura, reverenza, terrore, 2008), Machiavelli e Pascal (Nondimanco, 2018). Da ricordare anche testi più teorici come Occhiacci di legno, Nove riflessioni sulla distanza (1998); Il filo e le tracce. Vero falso finto (2006), l’ultimissimo Il vincolo della vergogna. Letture oblique, appena uscito per Adelphi. Professore nelle università di Bologna, Harvard, Yale, Los Angeles, Princeton, emerito della Scuola Normale di Pisa, Ginzburg aveva una cultura vasta e multidisciplinare che si legava in lui a una innata capacità di generare suggestioni. Nella sua opera si perde il respiro della grande storiografia, la quale si diluisce in un’atmosfera di incanto e fascinazione che sembra fatta apposta per avere successo nei circoli intellettuali più snob. Tartufi per tutti era il motto che gli piaceva legare ai suoi libri. Perché, aggiungeva, «i tartufi sono buoni, sono rari, sono cari». Ma, consumati in dosi massicce, possono anche essere indigesti.