Mancano poche ore al discorso d’insediamento e quest’uomo su cui si apre il sipario è già lì, immobile dietro la scrivania di noce che ha ospitato tutti i direttori che lo hanno preceduto: l’abito sartoriale blu profondo, le mani fragili e sottili percorse da un lieve tremore, lo sguardo più avvilito dell’universo nella mattina che dovrebbe segnare il suo trionfo. Là fuori, il mondo si avvita estasiato attorno alla «grande notizia che avrebbe cambiato i destini del mondo» ma quest’uomo la guarda gonfiarsi sugli schermi e pensa che sia, semplicemente, una truffa, l’ennesima giravolta di un mondo basato sulla fuffa. Ecco l’attacco de Gli inascoltati (da domani in libreria per Polidoro Editore nella collana diretta da Orazio Labbate), il romanzo con cui Diego Minonzio - già caporedattore e capocronista a Libero, oggi direttore de La Provincia di Como, Lecco e Sondrio e di Unica Tv - approda alla narrativa. E diciamolo senza fronzoli, serviva un direttore di quotidiano per firmare il romanzo più feroce mai scritto contro la categoria, mandando in soffitta l’idea che sia interamente fatta di «eroi, martiri e pedagoghi».
Il protagonista non ha nome ma un ruolo di comando: è il Direttore Responsabile del più autorevole quotidiano cittadino, affiancato dal Grande Inviato Editorialista e dai Redattori. Il romanzo è un monologo ossessivo con una struttura a spirale che omaggia apertamente lo stile di Thomas Bernhard, citato in epigrafe. Minonzio firma un’iperbole che si avvita su sé stessa, tutto accade in un unico tempo sospeso e il libro si chiude quando finalmente quel discorso viene pronunciato. Così facendo, l’autore dimostra che nello spazio di un’ora una vita intera può essere stravolta. Il bersaglio dichiarato è l’informazione collettiva, descritta come una macchina che gonfia qualsiasi fatto nell’«evento drammatico e palingenetico» e spinge la testa del lettore dentro una fogna, spacciandogli per «verità assoluta, verità collettiva» ciò che è soltanto «granaglia per i polli».
L’umanità non vive la Storia, semmai l’attraversa distrattamente. Per questo la grande notizia che mette in moto il romanzo resta aleatoria: il contenuto è irrilevante, conta il meccanismo, l’onda emotiva che illude ciascuno di vivere un momento storico mentre, in realtà, galleggia nel pattume. Una satira arguta che non risparmia nulla, nemmeno la posa più rassicurante, quella del «democratico e antifascista» con cui la categoria si autoassolve.
Se si fermasse qui sarebbe un pamphlet, per quanto riuscito e affilato. Ma il vero terremoto, quello che ha spaccato in due l’esistenza del protagonista, non è mai stato oggetto dell’attenzione dei media: quando era un bambino, suo padre - un uomo istrionico, iracondo e teatrale - ha pronunciato contro di lui una frase destinata a diventare una sentenza. Da quel momento l’eroe invincibile diventa il nemico da abbattere: il figlio non gli parla più, lo cancella sistematicamente e sceglie sempre il contrario di ciò che il padre vorrebbe. Anche la carriera diviene un’arma, con l’intenzione di conquistare prestigio solo per oscurarlo, per ridurlo ad essere semplicemente il «padre di...».
La scrittura procede per accumulo, fra invettiva e sarcasmo, secondo lo stile di Bernhard. L’autore lavora su una voce corrosiva che giudica tutti e ne rivela lentamente il punto cieco: più il protagonista disprezza il mondo, più capiamo che sta parlando del proprio fallimento; più attacca colleghi, lettori e il pathos preconfezionato da salotto tv, più affiora la radice infantile e traumatica della sua furia. Gli inascoltati del titolo non sono soltanto gli ultimi, ma anche coloro che parlano di continuo, quegli opinionisti che commentano e spiegano alle masse, trincerati in una solitudine senza alcun interlocutore. Il paradosso è crudele: fare di tutto per scalare la vetta, salire sul pulpito, parlare alla nazione con voce autorevole ma senza essere ascoltati da nessuno; del resto, nessuno ha ascoltato quel bambino, in un gioco di rimpianto e rivalsa che corre carsicamente lungo tutto il libro.
E quando osserva il padre in fin di vita, la vendetta tanto agognata non è una forma di liberazione ma una trappola. Quel padre non meritava forse la cancellazione a cui l’ha condannato; e lui, per distruggerlo, ne ha riprodotto la forma pubblica, diventando ciò che odiava. Ecco la verità più amara, non sempre si eredita ciò che si ama e a volte finiamo per essere proprio ciò che avremmo dovuto debellare. Con una lingua asciutta e febbrile, Diego Minonzio tiene insieme i due piani narrativi – quello pubblico vuoto di contenuto e quello privato, emotivamente gravoso- capace di alternare la stoccata satirica e il fondo cupo della tragedia senza mai cedere alla consolazione o peggio, al moralismo. In un’epoca che si nutre bulimicamente di eventi e mitizzazioni, il romanzo ricorda al lettore una scomoda verità: l’unica notizia che cambia davvero una vita è quella che non finisce mai sulla pagina. E che, troppo spesso, non fa nessun rumore.