Il panorama delle idee è più ricco di quanto appaia. Penso a Giuseppe Fornari. Per accendere l’interesse su di lui basterebbe considerare l’originale sviluppo che egli ha dato alle intuizioni di René Girard, con cui ha collaborato all’Università di Stanford (firmando anche libri a quattro mani come Il caso Nietzsche).
Il pensatore francese già manifestò la sua ammirazione per uno dei primi libri di Fornari, Fra Dioniso e Cristo, segnalandolo con entusiasmo: «È una profonda indagine sul cristianesimo e sulla filosofia, con risultati che studiosi, interessati o estranei alle ricerche mimetiche, dovranno esaminare e tener costantemente presenti».
Ma con gli anni Fornari, dopo Girard, ha intrapreso una sua personale via di ricerca che è originale anche nel metodo: egli infatti mette a fuoco personalità spirituali o artistiche molto diverse (su queste pagine, per esempio, ho commentato i volumi su Caravaggio, su Leonardo e su Don Milani) per una riflessione antropologica, filosofica, psicologica e teologica che illumina le epoche storiche in cui hanno vissuto.
Oggi che Girard è diventato, inaspettatamente, grazie a Peter Thiel, un pensatore molto presente nel dibattito mediatico, Fornari – che sarebbe fra i più titolati sull’argomento – non partecipa alle dispute. Sembra la sua scelta professionale ed esistenziale: evitare i riflettori dei vari salotti e dedicarsi alla vita accademica, come docente all’università di Verona, e all’attività di ricerca con libri che meriterebbero molta attenzione, soprattutto da parte di quel mondo cattolico che quasi non si è accorto di questo importante pensatore cristiano e si abbevera a libri di qualità neanche paragonabile.
Del resto pure il cattolico (e convertito) Girard è stato un intellettuale di livello mondiale, ma pressoché ignorato dal mondo clericale, mentre era apprezzato dalla cultura laica. Accade anche ad altri come lui. Se si vedono le rilevazioni sui libri più venduti nelle librerie cattoliche o quelli discussi sui media cattolici o le presenze, da anni, ai loro Meeting appare evidente. L’ultima opera di Fornari, Da Goya a Kafka (Marcianum Press), sembrerebbe, dal titolo, una normale raccolta di saggi, ma già il sottotitolo fa capire che non è così: «La luce splende nelle tenebre». L’evidente riferimento è al versetto 5 del Prologo del Vangelo di San Giovanni: «la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta». Già Leopardi lo volle come esergo della Ginestra.
Fornari lo ricorda nel capitolo su Giovanni Verga, che segue quello su Goya e quello su Georg Büchner e precede il capitolo su Simone Weil e quello su Franz Kafka. A prima vista sembrano autori che non hanno un nesso fra di loro. Invece Fornari sottolinea, e poi dimostra, ciò che li unisce: hanno «legami profondi con il mondo odierno... percepiscono e denunciano i mali della storia che attraversano» e così formano «un’inclassificabile polifonia a cinque voci» e nell’insieme disegnano le ferite della civiltà europea.
Dunque le tenebre. Ma c’è anche la luce. E l’indagine di Fornari narra questi artisti in modo nuovo e affascinante. Soprattutto quando la critica ufficiale sembra pretendere di aver già detto su loro l’ultima parola. In particolare per Kafka. L’apice di tutto il libro, in fondo, sta nella risposta dello scrittore praghese a Gustav Janouch che durante una conversazione, a bruciapelo, gli chiese: «E Cristo?». Kafka abbassò la testa e rispose: «È un abisso pieno di luce. Si devono chiudere gli occhi per non cadervi dentro».