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Così De Angelis omaggia il mito di Prosperina

Quello che forse è il massimo esponente della poesia italiana, è citato da tutti col suo solo nome come si trattasse di un amico, nonostante il discepolato che lo circonda sin dal suo lontano esordio del 1976 con "Somiglianze"
di Carmelo Claudio Pistillo giovedì 18 giugno 2026

2' di lettura

Milo De Angelis, forse il massimo esponente della poesia italiana, è citato da tutti col suo solo nome come si trattasse di un amico, nonostante il discepolato che lo circonda sin dal suo lontano esordio del 1976 con Somiglianze. Tralasciando l'opera in versi, la recente edizione della sua traduzione in prosa poetica de Il rapimento di Proserpina (La Nave di Teseo, € 20,00, pp. 190. collana L'Airone curata da Cody Franchetti ) con la collaborazione di Marta Bertamini, riaccende i fari sulla sua raffinata perizia nell'arte del tradurre. Dopo le applaudite versioni di Lucrezio e Baudelaire, ecco riapparire un antico amore di De Angelis, già pubblicato nel 1984. Questa nuova edizione è arricchita con testi di poeti che hanno onorato la dea della fertilità come Omero, Shelley, Pavese; senza dimenticare che la memoria più cospicua di Proserpina animale meravigliose pagine delle Metamorfosi di Ovidio.

Qualificato da un illustre esteta come Huysmans come «fabbro di un esametro smagliante e sonoro», e come colui che ridiede vita all'antichità cantando il rapimento di Proserpina con i suoi fuochi accesi «nelbuio che inghiotte il mondo», Claudiano risulta essere l'ultima voce della decadenza della grande civiltà dell'impero pagano. Di lingua greca ma poi cultore della parola poetica latina, la sua opera, segnata dalla violenza e dall'evocazione di spettri infernali o titani guidati dall'ansia del dominio, Claudiano ha sempre cercato una ricomposizione dell’ordine e dell’armonia cosmica, favorendo la risalita dell’anima piagata dall'esperienza della morte.

Come è noto, questo poemetto in esametri è diviso in tre canti, e ci restituisce la vicenda del rapimento della casta Proserpina per mano dell'incollerito dio dell'oltretomba, Plutone, senza una sposa e consumato dalla sterilità. Cerere, la madre, è disperata e si accusa per aver lasciata sola la figlia, preda dei nemici. La sua ira non esita a maledire il suo stesso ventre, colpevole di aver dimenticato la figlia. Il suo lamento è una ferita sanguinante. Vuole conoscere il destino della figlia e in quale tragedia sia caduta. Le basterebbe rivederla ma davanti all'assenza di risposte, la donna si allontana dalla sua terra alla ricerca delle impronte della figlia fino ai luoghi dove i cani si rifugiano nell'ombra o resistono alla paura, abbaiando. Altra è la sorte di Proserpina in Ovidio, dove il rapimento genererà un compromesso legato al ciclo delle stagioni.

L'incompiutezza di questo poemetto non ne limita il fascino bucolico né l'ardore stilistico. Anche un’opera inconclusa può toccare un suo termine, esattamente come un nuotatore che sfiori la sponda. Se un’opera appaga, come scrive Goethe nel suo Tasso, può dirsi compiuta. E la versione deangelisiana, che sublima il mito insepolto e sempre vivo di Proserpina, è poeticamente la più risolta e devota alla sacralità e felice mietitura della parola.

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milo de angelis

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