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L’importanza e il privilegio di essere imperfetti

Nel suo saggio Meccariello elogia la capacità di sbagliare: senza l’errore trionferebbero conformismo e omologazione
di Corrado Ocone domenica 28 giugno 2026

3' di lettura

Da un legno storto come quello di cui è fatto l’uomo non si può costruire nulla di completamente diritto». Quando Immanuel Kant scrive queste parole, nel 1784, le tragedie novecentesche legate ai totalitarismi, dettate per lo più proprio da questa idea di voler costruire un “uomo nuovo” in un mondo “perfetto”, erano di là da venire. Ed anche l’esperienza giacobina, loro progenitrice, non si era ancora affacciata in quell’epocale evento storico, la Rivoluzione francese, con cui pure il grande filosofo simpatizzava. Bene fa perciò Aldo Meccariello, autore di un Elogio dell’imperfezione di facile e illuminante lettura (Fefè Editore, pagine 131, euro 15), a ricordarci che Kant, con quella frase non intendeva limitarsi «a una riflessione morale o antropologica: ci offriva una chiave interpretativa radicale del nostro essere al mondo».

LE DISTOPIE
«D Meccariello ci chiama perciò proprio ad una riflessione filosofica sul concetto di imperfezione, che finisce per essere una situazione non solo strutturale all’essere umano ma anche l’unica auspicabile. Senza il pungolo a superare il negativo che avvolge le nostre vite, in maniera sempre precaria e provvisoria, senza lo stretto intrecciarsi di bene e male nella nostra esistenza, non ci sarebbe più vita, almeno non quella umana a cui aneliamo e vogliamo conservare. Qui viene naturale per l’autore portare l’attenzione sull’intrecciarsi del discorso sull’imperfezione con quello di certe distopie post-umanistiche che riprendono, in chiave tecnologica, il desiderio di riplasmare l’uomo e farlo “nuovo” che era stato proprio di una certa politica. Sui pericoli per l’uomo di una tecnica volta a fini perfezionistici, Meccariello si serve delle riflessioni di Günther Anders, che metteva in guardia da quello che chiamava il “dislivello prometeico”, l’impossibilità cioè per l’uomo di stare al passo o adattarsi al progresso tecnico che corre molte più veloce della sua metabolizzazione da parte della mente umana. E Anders, che scriveva ngli anni Cinquanta, non aveva modo di conoscere l’accelerazione propria del mondo digitale e, da ultimo, della cosiddetta Intelligenza Artificiale! Meccariello, che è filosofo e presidente del Centro perla filosofia italiana, interroga in questo libro molti altri autori, non solo filosofi ma anche grandi scrittori-poeti come Giacomo Leopardi e Paul Valéry. Magnifico il capitolo dedicato a Joe Bousquet, il raffinato poeta che, colpito sul fronte della prima guerra mondiale da una pallottola alla spina dorsale, rimase infermo e immobile a letto per tutto il resto della sua vita. Ciò non gli evitò di amare una fanciulla molto più giovane di lui, Germaine Helene Muentelhaler, conosciuta nel 1937 e con cui ebbe uno straordinario carteggio, con punte di raffinato erotismo, pur non potendosi mai congiungersi carnalmente con lei. «Corpo ferito, corpo mutilato, corpo sacrificato: Joe – scrive l’autore di questo libro - è mutilato nella carne e si riconosce in una sorta di luce oscura rispetto a quella diurna, per scoprire la bellezza nella sventura e sperimentare l’estasi dell’imperfezione». Come dire? Le vie dell’imperfezione, cioè del vivere, sono infinite. E i poeti sanno rappresentarle forse nel modo più compiuto che ci sia. Il tutto nella consapevolezza, essa sì filosofica, che «la fase di crisi che l’umanità sta attraversando, oggi, investe l’avvenire e le sue attese, ma anche il compito del pensiero che è irretito in vecchi schemi categoriali». Da qui la proposta di un pensiero che rovesci i modelli perfezionistici su cui si è più fondata la filosofia occidentale, tanto nella vita individuale quanto in quella sociale, e impari a “coltivare l’imperfezione”. Detto altrimenti, «il valore dell’imperfezione può rimotivare il pensare e l’agire e rimettere in sesto la condizione umana, restituirle senza traumi la piena consapevolezza del suo senso di caducità e della sua intrinseca finitezza».

DA KANT A MILL
Il capitolo dedicato a un pensatore irregolare come Nicola Chiaromonte fa intravedere anche altri percorsi intellettuali che il libro di Meccariello, pur affascinante, non percorre. Non bisogna dimenticare infatti che la critica al perfezionismo è uno dei più classici topoi del pensiero liberale. Attraverso una linea di pensiero che ricongiunge Kant e Humboldt a Stuart Mill, è facile mostrare lo stretto legame fra libertà individuale e imperfezione umana. In un mondo perfetto, in cui non ci è dato sbagliare, in cui norme a noi esterne o norme da noi introiettate ci indichino ad ogni passo l’unica “via giusta” da percorrere, l’uomo non avrebbe possibilità di apprendere dai propri errori e fallimenti. Trionferebbero conformismo, prevedibilità, omologazione, uguaglianza. Che libertà sarebbe quella di un siffatto “uomo a una dimensione”? Libertà è prima di tutto libertà di errare. E per noi umani errare è un privilegio, non un vizio da estirpare.

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