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Modello Stati Uniti: un mondo nuovo antico 

Gli Usa compiono 250 anni: rappresentano l’esempio più compiuto di democrazia occidentale, ma sono figli delle tradizioni e della cultura europea e classica
di Marco Respinti sabato 4 luglio 2026

4' di lettura

Il 4 luglio 1776 non nacquero gli Stati Uniti d’America. Quel giorno di 250 anni fa si prese formalmente atto che quel Paese esisteva da tempo. Con poca fantasia, si adoperò un nome generico, persino banale e un po’ burocratico. Erano le 13 colonie della Corona britannica in America settentrionale che la Dichiarazione d’indipendenza aveva mutato in altrettanti Stati e si univano per darsi forza. Un nome-fotografia che non aveva nulla di pomposo. Quella istantanea mostra infatti le fattezze di un Paese già maturo, radicato in più di un secolo e mezzo di vita vissuta a livello sociale, culturale e persino politico, se si prende a contare dal 1607, quando fu fondato il primo insediamento inglese stabile nell’America boreale, Jamestown, nella Virginia di oggi. I pionieri che sbarcarono in America si trovarono catapultati nella vertigine di una terra ignota e di popolazioni sconosciute con lo stesso ardimento che anima l’esploratore, ma senza la spericolatezza dell’acrobata che volteggia senza rete. Nella bricolla da esploratore già portavano quelle che dal 1942 proprio gli americani chiameranno “razioni K”, i kit di sopravvivenza per ambienti sconosciuti, potenzialmente ostili: l’eredità, cioè, del mondo da cui venivano, i valori morali e culturali dell’Europa che li aveva plasmati, persino i princìpi filosofici e politici dell’Antichità classica maestra di vita e ovviamente la Bibbia.

Uno storico che la nostra memoria non omaggia del tutto come dovrebbe, Raimondo Luraghi, ha descritto la stratificazione quasi orografica da cui s’innalzano nel 1776 gli Stati Uniti, sottolineando l’importanza di una «Nouvelle France» e di una «Nueva España» nordamericane prima che il capitano John Smith (già al servizio dell’impero asburgico contro gli ottomani) cartografasse e battezzasse il «New England» all’inizio del secolo XVII. Amerigo Vespucci, che alla fine del Cinquecento scoprì la scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo nel 1492, lo battezzò «Mondo nuovo», ma gli europei vi trasportarono quello antico, per imitarlo se possibile anche in meglio. Luraghi, italiano, descrive la dinamica da osservatore esterno («etic» dice la sociologia anglosassone, da non confondere con «ethic»). Dalla prospettiva interna («emic» dice tale sociologia) è Russell Kirk, statunitense, a descriverla al meglio.

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Tra i più fecondi intellettuali del secondo Novecento americano, scomparso nel 1994 a 76 anni, Kirk ha messo per iscritto riflessioni continue che sono divenute la «memoria incrementale» dei ricordi a lungo termine di quel Paese. In tempi di «cancel culture» e di rifiuto dell’idea stessa di Occidente (mai solo geografica) la lezione di Kirk rischia però di sfrangiarsi. Per questo la pubblicazione di una raccolta di suoi saggi a tema è opportuna nel 250° di quella che proprio Kirk definiva la non-fondazione degli Stati Uniti. On America: How to Understand the Legacy of 1776, curato da Michael Lucchese (che ha scritto per The Wall Street Journal e National Review), con premessa di Bradley J. Birzer (biografo di Kirk e saggista), per i tipi della Creed & Culture di Nashville, in Tennessee, è un’antologia che esprime al meglio l’autopercezione degli “americani europei”.

Gli Stati Uniti, scrive Kirk, «hanno ricevuto quasi tutte le proprie tradizioni dal Vecchio Mondo, modificandole quel tanto che serviva ad adattarle all’esperienza americana». Ecco la chiave: un’esperienza e non un esperimento astratto, pindarico. Alla scuola del proprio maestro culturale, il pensatore e uomo di Stato irlandese Edmund Burke, Kirk distingue nettamente la concretezza degli Stati Uniti dall’ideologia che ha generato la Rivoluzione francese, al punto da dare vita a due mondi diversi, opposti: l’uno la tabula rasa palingenetica dell’intero cosmo umano, l’altro la continuità che sa anche innovare. In un capitolo portentoso, Kirk dice bene che quella americana non fu una rivoluzione compiuta, bensì una rivoluzione evitata. Negando il tradizionale autogoverno di fatto delle colonie fu la politica assolutistica del parlamento di Londra a mettere gli americani con le spalle al muro, portandoli all’indipendenza.

Pochi infatti la desideravano. Arrivò solo il 4 luglio 1776, più di 14 mesi dopo l’inizio del conflitto fra Londra e le colonie. Gli americani volevano restare inglesi; costretti dalle necessità, ruppero istituzionalmente con la madrepatria solo per riprendere a “fare gli inglesi” da soli, come peraltro avevano sempre fatto. E non solo: a “fare gli europei” come avevano sempre fatto. Kirk ha documentato come gli Stati Uniti, oltre che della cultura inglese, siano figli addirittura della Grecia classica, di Roma antica e del Medioevo cristiano. Sono cioè un Mondo nuovo antico: un pezzo di Europa fuori dall’Europa, una espressione particolare dell’eredità occidentale. Kirk è considerato il padre del pensiero conservatore americano nel secolo XX, soprattutto della sua forma mentis. È questo il grande patrimonio che desiderava conservare. Per poterlo tramandare. 

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