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E gli italiani inventarono soldi, banche e finanza

Il Monte dei Paschi di Siena prende il nome dai pascoli maremmani che il Granduca di Toscana diede in garanzia dei depositi
di Claudia Gualdana martedì 7 luglio 2026

4' di lettura

È noto che il Monte dei Paschi di Siena è la banca più antica tuttora in attività. Lo è meno che la parola paschi significa pascoli, ovvero quelli demaniali della Maremma che il Granduca di Toscana aveva concesso all’istituto senese in garanzia dei depositi. Correva l’anno 1624 e la banca, salvata da una fine indegna dal governo e dal taciturno ministro Giorgetti, senza che nessuno lo ringrazi, era una realtà più che secolare, essendo nata nel 1472. Vent’anni tondi prima della scoperta dell’America: altroché Wall Street. A noi non si deve insegnare niente perché i soldi li abbiamo inventati noi e non si parla qui della moneta dei Cesari e, ovviamente, neanche di quelle delle civiltà che c’erano state prima. Solo che, dopo la caduta dell’Impero, in Europa si era più o meno tornati al baratto, insomma alla barbarie.
Finché nell’Italia centrosettentrionale, sull’onda della ripresa del commercio e della vita cittadina, spuntarono qui e là, tra Genova, Venezia, la Toscana e la piccola Piacenza, dei novelli cambiavalute esperti di credito e di partita doppia. Le banche sono un’invenzione italiana e furono italiani i primi grandi banchieri attivi in Europa, dalle Fiandre alla Francia, all’Inghilterra, al Medio Oriente e naturalmente ovunque, in lungo e in largo, nella penisola, con clienti di tutto rispetto, per lo più coronati o quasi. Il cliente più in vista era, ovviamente, il Papa, che il cattolicesimo condanna da sempre gli usurai, ma il credito buono è cosa buona e giusta. E quando ne I Promessi sposi Renzo va dall’avvocato Azzeccagarbugli coi quattro capponi appesi per le zampe, entra nella letteratura maiuscola un gesto ripetuto nei secoli dai contadini, che chiedevano denaro a prestito alle antenate delle moderne banche dando in garanzia armenti e raccolto.

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VENEZIA, GENOVA, FIRENZE
Fatto sta che il Monte dei Paschi non fu una creatura isolata né piovve dal nulla. Dapprima c’era stato il ritorno della moneta sonante, d’oro, d’argento e vieppiù in leghe meno nobili; il “soldo” più apprezzato, e accettato ovunque, era il ducato, la moneta di Venezia, il che non deve sorprendere: in laguna è d’uopo, e da sempre, saper far bene di conto. Banca Carige di Genova, che purtroppo ha chiuso nel 2022, era di poco più giovane del Monte dei Paschi, avendo aperto i battenti nel lontano 1483. Erano banchieri i Medici di Firenze, e qui si potrebbe aprire una parentesi, se non una voragine di geremiadi, sull’abisso che separa la grandezza dei banchieri italiani, i quali si inventarono il Rinascimento, e quindi l’Europa moderna, da quelli odierni, ben attenti a tener stretti i cordoni della borsa fregandosene della cultura, come se non fosse quello che siamo e respiriamo ogni giorno, ma una nicchia a parte da liquidare con il contentino di un libro o una sponsorizzazione ogni tanto.

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I nostri banchieri non erano personalità antisociali che tramavano nell’ombra, ma qualche tonfo clamoroso l’hanno fatto e nomi altisonanti finirono nella polvere. Di questo e di molto altro ancora racconta il giornalista e saggista veneziano Alessandro Marzo Magno in un libro imperdibile, L’invenzione dei soldi. Quando la finanza parlava italiano (Laterza, p.286, € 20), da cui apprendiamo molto anche su parole entrate nel linguaggio comune. Si diceva sopra di alcuni banchieri finiti in disgrazia, i quali avevano appunto fatto “bancarotta”, che non è una parola buttata lì a caso, ma viene da una leggenda. La banca si chiama così perché appunto il «maneggio del denaro avviene sopra un banco», di qui il nome di banchiere, ma anche quello di bancarotta, poiché si diceva che gli sbirri di Firenze rompessero concretamente il suddetto banco in caso di fallimento, per segnalare la fine dell’attività (bancum est ruptum, si diceva in latino).

DA GIUNONE ALLE MONETE
Un’attività talmente antica, che il primo di questa schiatta era nato negli anni di Carlo Magno: fu infatti il doge veneziano Giustiniano Participazio il primo gentiluomo a investire moneta in non meglio specificate «imprese speculative sul mare». Ma i primi banchieri furono i mercanti, che trafficavano in monete con profitto, applicando un tasso d’interesse, espressione ben nota a chiunque abbia in corso un prestito o un mutuo. E le monete? Innanzitutto si chiamano così in onore della dea Giunone Moneta, ovvero ammonitrice, poiché aveva aizzato le oche del Campidoglio contro i galli invasori.
I soldi invece si chiamano così dal latino solidus, la moneta d’oro. Carlo Magno raccoglie il testimone introducendo una moneta detta denaro, proprio come la chiamavano i Cesari prima di lui, ma tutti presero a dirla lira perché con una libbra – libra in latino e di qui l’italiana lira appunto – d’argento si coniavano 240 denari. Poi vennero gli zecchini, i fiorini, le corone, le sterline e tutte le altre monete europee qui narrate con dovizia di fatti notevoli e anche divertenti. Perché non c’è cosa o parola che non abbia una ragione precisa ed è questo il bello della storia.

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