Dalle stupefacenti Cattedrali di luce (Lichtdom) delle grandi parate naziste per i raduni di Norimberga, ai bagliori cangianti del fuoco sacro di Olimpia per celebrare i Giochi del 1936. C’è un filo di continuità con le scenografie, le coreografie e gli effetti speciali che lasciarono a bocca aperta i 120mila spettatori dell’Olympiastadion di Berlino costruito sui modelli greco-romani, nonché l’intero mondo, quel I agosto in cui si inaugurava l’XI edizione dei giochi moderni.
Non c’è l’assoluta certezza che la trovata sia stata proprio sua, ma è attribuita alla regista Leni Riefenstahl l’idea dell’accensione del braciere dello stadio, con la fiamma portata dall’ultimo tedoforo dei 3.422 che si erano passati la torcia, secondo la staffetta rituale codificata per la prima volta dal dirigente sportivo tedesco Carl Diem. Il fuoco olimpico era partito dalla Grecia il 20 luglio ed era stato il mezzofondista Fritz Schilgen ad accendere il simbolo dei giochi, alla presenza di Adolf Hitler il cui nome era stato continuamente scandito dalla folla sugli spalti.
Schilgen era stato scelto perché incarnava fisicamente l’ideale dell’atleta ariano. Il mezzofondista, peraltro, non parteciperà a nessuna gara: il suo ruolo era stato disegnato per l’ultimo chilometro e per il gesto di far accendere la fiamma destinata ad ardere per tutta la durata dei giochi. Berlino 1936 erano le olimpiadi del nazismo e Leni Riefenstahl era la regista preferita da Hitler. Tutto era stato studiato e realizzato per esalta re il regime, smussarne le asperità e guadagnare simpatia alla causa tedesca per il modello di efficienza. Che fu totale. Sparirono persino tutte le scritte contro gli ebrei, e sparirono dalle squadre tedesche anche gli atleti ebrei tranne una fiorettista rientrata dagli Stati Uniti. La Germania trionfò nel medagliere con 33 ori, distanziando l’America, ma il vero trionfo fu dell’afroamericano Jesse Owens con quattro primi posti.
Non è affatto vero che Hitler rifiutò di stringergli la mano, ma è verissimo che la Riefenstahl lo celebrò nel film del 1938 Olympia, una pietra miliare della cinematografia non solo sportiva, e gli fece pure ripetere alcune sequenze per il montaggio. Di quell’edizione rimasero per sempre le staffette dei tedofori e l’accensione del fuoco olimpico, e almeno queste cose nessuno si sogna di metterle all’indice nel nome del politicamente corretto. Forse proprio perché pochi ne ricordano le origini a Berlino 1936.