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Scoprirsi scampati all’aborto e alla libertà della madre

"Le interruzioni" di Simone Lisi più che un romanzo sulla figura materna è uno sprofondamento dentro di sé
di Cinzia Bigliosi domenica 2 agosto 2026

2' di lettura

Più che un romanzo sulla madre, come recita il sottotitolo, Le interruzioni di Simone Lisi – scrittore e libraio - è uno sprofondamento dentro di sé. Mentre il “quadro ampio”, con le riflessioni sugli anni Settanta e le sue lotte, la legge sull’aborto e tanto altro ancora, è un affresco storico-sociale sullo sfondo, saranno i dettagli, come in una tela di Brueghel, a farci entrare in una storia originale.

Il padre, la madre, compagna e amici della voce narrante sono tutti personaggi spesso fuori fuoco in un testo che nasce da una notizia a dir poco sorprendente, infilata in poche parole quasi casuali: durante un pranzo, ormai entrambi in età più che matura, tra un rimprovero e una frecciata, la madre sfiora per la prima volta, e del tutto disinvoltamente, l’argomento dei “fratelli potenziali” del protagonista.

La sorpresa nasce dal fatto che, fino a quel momento, egli non ne sapeva nulla e che è figlio unico. È così entra in scena quello che si rivelerà presto un inamovibile convitato di pietra: una serie di aborti che la madre avrebbe praticato prima di scegliere, in totale libertà, di tenere lui, colui che deciderà di scriverne la storia. Il protagonista tornerà senza grandi successi intorno a un’unica domanda: perché?, un perché che non pare voler risposte precise e che nasconde soprattutto una profonda angoscia, legata alla casualità della propria venuta al mondo, voluta dalla madre, così come lo è stata la non nascita dei fratelli mancati: come si legge a un certo punto del libro «madre e fato sono la stessa cosa».

Tra una lezione di yoga e i sospiri durante una seduta dallo psicoanalista che sembra uscito dalla penna dei momenti migliori di Woody Allen, il protagonista si scopre un sopravvissuto alla libertà della madre, oppure un prescelto, e affronta la propria seconda nascita, quella più dolorosa e complessa, legata all’autocoscienza e alla scelta, altrui e propria. La lenta epifania che ne seguirà si snoda in un vortice di dialoghi magistralmente orchestrati. In un sapiente crescendo teatrale, tra attacchi di panico e scorribande in scooter nella campagna fiorentina, si scopre che il protagonista lavora come libraio e fa lo scrittore, si chiama Valerio, ma potrebbe anche chiamarsi Simone. Tra le pagine migliori del libro quelle dove il narratore si abbandona con una certa leggerezza alla descrizione dei tempi morti del mondo editoriale, alle comunicazioni degli agenti in vena di sadismo dirette agli autori propensi al masochismo.

Leggendo viene da pensare quanto, ancora una volta, fosse nel giusto Philip Roth quando suggeriva a uno scrittore esordiente che gli chiedeva consigli, di scrivere come se tutti i suoi famigliari fossero morti, liberandosi del tutto di loro almeno sulla pagina bianca. Per Lisi la propria scelta vitale si stringe tra letteratura e madre due madri, due contenitori - e forse è grazie al personaggio di Yuri, un bizzarro meccanico che è più maestro di vita che di motori, che lo scrittore decide di tenere entrambe e di fonderle in questo curioso romanzo.

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