«Negli anni che fecero seguito alla Rivoluzione d’ottobre, epidemie, fame, scontri bellici, esecuzioni e in generale il crollo dell’economia e della società causarono una ventina di milioni di morti. Un altro milione di persone aveva abbandonato la Russia anziché accettare il dominio comunista. Il comunismo di guerra aveva salvato sì il governo sovietico durante la guerra civile, ma aveva anche largamente contribuito a mettere in ginocchio l’economia nazionale». Così leggiamo nella Storia della Russia di Nicholas V. Riasanovsky (Bompiani, 1984) e questa triste fase della storia del popolo russo fa da sfondo alle vicende di un romanzo di Martha Edith Almedingen (1898-1971) pubblicato in Italia la prima volta nel 1946, ottanta anni fa, dalla Mondadori e poi purtroppo caduto nell’oblio. Frossia, questo il titolo dell’opera, è uno di quei rari gioielli che si possono recuperare su una bancarella o in una vecchia libreria dell’usato.
La storia è quella di una giovane di Pietrogrado, Eufrosynia detta Frossia, sopravvissuta alla sua ricca famiglia i cui componenti, per decisione di una autoritaria nonna si erano tutti uccisi per non cadere nelle mani dei bolscevichi nei “tempi dell’Anticristo”. «La nonna continuava a credere in cose che non si muovevano mai. Così si mise il suo più bel vestito di velluto nero e tutti i suoi brillanti, ci fece chiamare nel suo salottino azzurro e ci parlò. Ci disse che dovevamo morire, perché quando i rossi ci avessero preso ci avrebbero fucilato e questa sarebbe stata un’infamia». Ma Frossia si sottrae a questo lugubre destino e sceglie di vivere, o meglio di sopravvivere, assistendo impotente all’avvento di un nuovo mondo che non lasciava scampo al vecchio.
È un’eroina inquieta, che si muove in un clima che ricorda il Zivago di Pasternak, combattuta tra il ricordo del passato (la passione per il balletto, gli insegnamenti della nonna, i gioielli di famiglia perduti, gli spensierati pomeriggi nei giardini di una Pietrogrado amata eppure irriconoscibile dopo la Rivoluzione) e la voglia di andare comunque avanti, pur disprezzando un’ideologia nemica. Avventurandosi in una città dove i nostalgici attendono passivamente la fine e i rossi praticano l’arroganza e la forza, Frossia cerca lavoro, un qualunque lavoro, adattandosi a fare la dattilografa, la maestra (ma senza poter raccontare favole che sono “piene di bugie”), l’insegnante di francese in una università per contadini. Sempre tacendo la sua ostilità al comunismo, fino al colloquio rivelatore con un funzionario della Ceca, la polizia politica dell’Unione sovietica.
«Voi diceste», afferma Frossia in uno dei passaggi più vibranti del romanzo «che il vostro partito non era un’etichetta. Avevate ragione. Non lo è. È qualcosa di molto più disgustoso e detestabile. La gente muore di fame e voi la nutrite con le riunioni, gli ordini del giorno, le bandiere rosse, i decreti, lo spirito della gente è in agonia e voi gli offrite dei luoghi comuni sulla religione che non sarebbe che un oppiaceo. Eguaglianza! Eguaglianza! E sempre Eguaglianza! V’immaginate forse che la natura umana sia proprio come un campo incolto da poter livellare? V’immaginate che tutto lo spirito umano possa essere versato dentro una sola bottiglia della vostra preziosa dottrina? Odio tutto questo». Ma oltre l’ideologia, oltre le dottrine ostili all’umanità, Frossia riconosce di avere una forza speciale che la sorregge in quel drammatico frangente: «Io non ho nient’altro che la mia patria, sì, soltanto la Russia. E se mi domandaste che cosa voglio intendere con questo non saprei dirvelo. Non è una canzone, né un fiume, né le vesti, né la lingua, né un campo, né le montagne. È l’insieme di tutte queste cose, è al di sopra di tutte quante, è una danza sotto i fiocchi di neve».
Nel sito dell’Università di Southampton è possibile conoscere alcuni dati biografici di Martha Edith Almedingen, nota nel Regno Unito soprattutto come autrice di libri per bambini. Era in grado di leggere otto lingue diverse: francese, tedesco, italiano, latino, russo, bulgaro antico, norreno antico e inglese. Nacque a San Pietroburgo nel 1898 con il nome di Marta Aleksandrovna Almedigen, figlia minore di Olga Sergeevna, una donna anglo-russa, e di suo marito Alexander Almedingen. A partire dai 15 anni, frequentò l’Istituto Kseniinsky (Xenia) per nobildonne, un esclusivo collegio di San Pietroburgo. Dal 1916 al 1920 studiò Storia medievale all’Università di Pietrogrado, dove ottenne il suo primo dottorato.
Dal 1921 al 1922 insegnò inglese, storia medievale e letteratura, diventando membro del corpo docente. Lasciò la Russia nel 1922 per trasferirsi nel Regno Unito dove ottenne la cittadinanza britannica. Dagli anni ’50, fu docente di storia e letteratura russa all’Università di Oxford. Visse a Londra per alcuni anni prima di trasferirsi in campagna all’inizio degli anni Trenta, in un cottage del XVII secolo in una valle del Somerset. Scrisse non solo romanzi ma anche biografie, tra cui una su Caterina di Russia, una sui Romanov e una su Francesco d’Assisi, e pubblicò libri di poesie e di folklore tra cui una raccolta di fiabe russe sulle fate.