Al Meeting di Rimini il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha ribadito che dal prossimo anno scolastico entreranno in vigore le nuove linee guida sui programmi di storia. Linee guida che daranno centralità all’Occidente fondato sui tre pilastri incarnati da tre città simbolo: Atene, Roma, Gerusalemme. Quando trapelarono le prime notizie su questa sorta di rivoluzione didattica la sinistra insorse accusando il modello di scuola disegnato dai nuovi programmi di trumpismo. Oggi, visto che il trend è quello di voltare le spalle al woke, si accusa la scuola di Valditara di vannaccismo.
Sul quotidiano il manifesto si afferma che la «scuola dei talenti» di Valditara e quella «selettiva e rigorosa dei seguaci del generale» sono in fondo la stessa cosa. Ma il punto vero della faccenda è che non viene digerita la centralità dell’Occidente perché si tratterebbe di paccottiglia sovranista, nazionalista, fascistoide. Più raffinata la critica di Franco Cardini il quale sul Fatto ha affermato che essendo l’Occidente al tramonto (come recitava il titolo del famoso saggio di Oswald Spengler) sarebbe bene dedicare attenzione nei programmi anche a altre grandi civiltà: la cinese, la precolombiana, l’indiana, la persiana, quella dell’Africa nera. Una critica che ha un suo fondamento ma siamo certi che basterebbero allo scopo le poche ore settimanali dedicate allo studio della storia? E non si rischia di fornire una infarinatura senza approfondire nulla?
E veniamo a un altro punto delle indicazioni che ha suscitato grande dibattito: il suggerimento di studiare fin dalle elementari personaggi della Bibbia, dell’Iliade, dell’Odissea. Si contesta che siano lì le radici dell’Occidente perché in tal modo si taglierebbero fuori la modernità e la contemporaneità. Basta, si è detto e scritto, con l’eurocentrismo che privilegia i bianchi.
Eppure per contestare tale visione puramente ideologica basterebbe guardare a ciò che è accaduto questa estate: il film di Christopher Nolan sull’Odissea ha determinato un fenomeno culturale che ha investito editoria, turismo e persino la moda. Dunque certi miti sono intramontabili, e pazienza se si tratta di miti eurocentrici: nel caso di Ulisse la caccia alle colpe della civiltà occidentale denunciata da Pascal Bruckner nel suo libro Il singhiozzo dell’uomo bianco non ha funzionato. Anzi, Ulisse piace perché è antico e ultramoderno allo stesso tempo. Idealtipo eterno quindi. «Noi siamo i disfattisti dell’Europa», diceva il poeta Louis Aragon nel lontano 1925.
Un secolo dopo ciò che celebra l’Occidente è ancora guardato con sospetto mentre si saluta come altamente progressista ciò che spinge gli europei a eclissarsi. Magari non è un destino ineluttabile (almeno finché qualcuno a sinistra non aprirà un vero dibattito sul woke e i suoi danni) e magari dopo il tramonto spengleriano torneremo a rivalutare la famosa massima di Bernardo di Chartres: «Siamo nani sulle spalle di giganti così che possiamo vedere più cose di loro e più lontane».