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8 settembre, il giorno in cui perdemmo l'identità

Con la firma dell'armistizio, nacque la Repubblica ma ebbe inizio la guerra civile che ancora divide gli italiani e domina il dibattito
di Claudio Siniscalchi sabato 5 settembre 2026

4' di lettura

L’8 settembre 1943 gli italiani si svegliarono «alleati» dei tedeschi e nemici degli invasori «alleati». «La guerra continua» aveva promesso il Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio, succeduto alla guida del Paese dopo la caduta di Benito Mussolini il 25 luglio. Non era vero. Nessuno aveva più voglia di combattere per i destini, prossimi al fallimento, dell’Asse. Ma come uscire dall’«abbraccio tedesco»? Badoglio avviò una trattativa segreta – tutto era fuorché segreta – con gli «alleati». I tedeschi lo scoprirono immediatamente e iniziarono a far affluire soldati in Italia. Raggiunto l’accordo e accettata l’umiliante «resa senza condizioni», siglata il 3 settembre a Cassibile (lì venne stilato il cosiddetto «accordo breve», quello «lungo» verrà sottoscritto in seguito a Malta), si doveva predisporre una strategia di sganciamento.

Sul campo c’erano cinque necessità impellenti: quando comunicare la resa; come mettere in salvo la «testa di comando» dei Savoia (Vittorio Emanuele III, il principe ereditario Umberto e il nuovo governo); cosa fare del prigioniero Mussolini; come difendere Roma; come affrontare militarmente i tedeschi. Gli americani pressavano per l’annuncio. Badoglio tergiversava. Messo alle strette dovette cedere. La sera dell’8 settembre la resa venne ufficializzata attraverso un messaggio radiofonico. Gli italiani andavano a dormire in un contesto diverso, già gravido di pericoli, ora aumentati a dismisura. Il Re e i maggiori dignitari trovarono sicuro rifugio. Mussolini, prigioniero in «segreto» a Campo Imperatore (un «segreto di Pulcinella»), venne abbandonato, difeso da un manipolo di carabinieri (infatti verrà liberato dai paracadutisti tedeschi il 12 settembre). Il destino del Duce aveva tre esiti: eliminazione; consegna agli americani desiderosi di processarlo; abbandono. Venne scelto il peggiore. La difesa della Capitale, peraltro sede del Pontefice Pio XII, non venne predisposta. E l’esercito – questa è la macchia più grave del Re e Badoglio – venne lasciato senza ordini precisi. Così l’Italia andò in frantumi. Occupata a Sud dagli «alleati», sicuri di risalire facilmente lo Stivale.

Ma non avevano considerato la conformazione del territorio, né la forte resistenza tedesca. Arrivare a Roma immaginavano fosse una passeggiata. Non lo fu per nulla. I tedeschi, nel frattempo, con rapidità occuparono il territorio. Roma venne dichiarata «città aperta», comunque sotto il loro controllo. L’esercito italiano non esisteva più. In pochi giorni non soltanto moriva il sogno imperiale e guerriero dell’Italia fascista (quello era crollato con lo sbarco in Sicilia e con l’acclamazione per i «liberatori», seguito dalla «defenestrazione» del Duce): moriva l’idea della Patria. Andava in frantumi l’«identità nazionale». Mussolini a breve tornò in sella, prigioniero dei tedeschi, rivendicando le radici repubblicane del fascismo, alle quali era lui il primo e non credere. Sfinito da Hitler aveva accettato di dar vita alla Repubblica di Salò.

Al falò della catastrofe si aggiungeva altra legna: la «guerra civile». Gli italiani, in una manciata di giorni si trovarono davanti all’assunzione di cruciali decisioni. Fedeltà al «continuismo» badogliano; fiducia nel «nuovo ordine» mussoliniano; decisione di combattere nelle fila «resistenziali»; stare alla finestra. Renzo De Felice lucidamente ha sostenuto che la maggioranza degli italiani scelse la «zona grigia». Per opportunità, per mera necessità, non schierandosi con le parti armate in campo, nella speranza di evitare situazioni rischiose e in attesa di una rapida chiusura del conflitto. La «sciagura nazionale» dell’8 settembre nel tempo ha generato un grande vantaggio per l’Italia, lasciandole però anche un bagaglio ingombrante. La futura «sovranità nazionale» era stata regolata a Jalta nel febbraio 1945. L’Italia era finita sotto il diretto controllo americano. Pertanto, sarebbe stata costretta a convivere con una «sovranità limitata». L’inadeguata e imbarazzante gestione degli avvenimenti costò alla Monarchia l’esilio, rimpiazzata dalla Repubblica. La situazione dei primi anni del dopoguerra era gravida di incognite.

L’aiuto americano attraverso il piano Marshall si rivelò decisivo. Determinante fu la schiacciante vittoria elettorale del 18 aprile del 1948 da parte della Dc guidata da Alcide De Gasperi. In quel frangente vennero poste le basi del «miracolo economico» che trasformò geografia, mentalità, cultura, usi e consumi degli italiani. Ma la medaglia ha due facce. La prima è vantaggiosa. La seconda decisamente meno. Ogni guerra lascia strascichi. La «guerra civile» però è altra cosa. Se non si ricompongono le parti i tempi di assorbimento si dilatano a dismisura. A onore del vero le parti in causa provarono a creare, nei limiti del possibile, un clima rasserenante. Ad esempio, per via giudiziaria con l’«amnistia Togliatti» nel 1946. Poi, nel 1960, con la caduta del governo Tambroni e i «fatti di Genova», il solco si riaprì. E riprese vigore l’armatura ideologica della contrapposizione fascismo/ antifascismo. Deposte le armi – fino ad un certo punto come ci ricordano gli «anni di piombo» – si è posizionato al centro del dibattito pubblico un numeroso esercito di «professionisti dell’antifascismo», impegnato a scovare tracce inequivocabili di fascismo, ormai del tutto immaginario. Questo fardello ci deriva dal «perenne» 8 settembre. E ce ne libereremo solo quando la Storia sarà oggetto di studio e continua revisione, e non visione partigiana (da qualsiasi parte arrivi) sversata a piene mani nel discorso pubblico e politico, come puntualmente avviene.

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