Lo scrittore Michel Houellebecq stavolta sembra deciso davvero a scrivere in versi il proprio necrologio. È appena arrivato in libreria Tutte le poesie, il volume che raccoglie tutta la sua produzione poetica, includendo Si perde sempre (La nave di Teseo, pp. 900 €30) con trentotto poesie inedite che oggi, alle ore 16, l’autore presenterà in anteprima al festival Pordenonelegge, dialogando con Paolo Di Paolo.
Si tratta di una sorta di autobiografia poetica definitiva che condensa trent’anni di ossessioni, dalla miseria affettiva alla vecchiaia, fino alla definitiva dissoluzione dell’Occidente. Chi conosce Houellebecq come autore di Sottomissione, La carta e il territorio o Serotonina (tutti editi da La Nave di Teseo, pp.900) sappia che prima dei romanzi ci sono stati Restare vivi e La vita è rara. La poesia è il laboratorio segreto in cui Houellebecq ha messo a punto ciò che avrebbe poi trasformato in narrativa: uomini soli, corpi che invecchiano, il sesso come antidoto al vuoto e il capitalismo sentimentale. Adesso però il bersaglio è lui stesso.
LA PROFEZIA
Nelle trentotto poesie di Si perde sempre, Houellebecq declina la fine in tutte le varianti. Il più caustico degli autori francesi, sempre capace di vaticinare il futuro, non osserva più soltanto il declino della civiltà, qui contempla il proprio corpo «proprio sul bordo della fossa», mentre «l’immagine della morte cresce sotto i secondi». La profezia politica si restringe fino a diventare biologica: «La mia vita si avvicina al termine come un aneddoto appiattito».
La critica francese si è spaccata. La critica Valentin Hiegel parla di «minimo sforzo di scrittura»: rime povere e approssimative, alessandrini e ottosillabi in cui si sentono le sillabe contate, formule quasi automatiche. Il paradosso tipico della sua celebre “forma piatta” che nei romanzi serve a rappresentare il vuoto contemporaneo ma in poesia rischia semplicemente di sembrare scialba. Ma su Le Monde, Fabrice Gabriel ribalta proprio quell’accusa.
Il vuoto è la cosa più interessante perché moltiplicandosi di pagina in pagina, fa risuonare «una specie di grande riso triste e monocorde». Leggendolo, si ha l’impressione di seguire a orecchio un uomo stanco di settant’anni che attraversa le sale sempre più buie del proprio libro, abbandonato alla ripetizione rassegnata di qualche alessandrino.
È un ritorno alle origini - ecco la poesia grigia e rimata degli affanni esistenziali, i canoni baudelairiani rivisitati con candore finto - e insieme, il rovesciamento delle precedenti raccolte: dove Restare vivi e Il senso della lotta lasciavano intravedere una fuga, adesso c'è l'assoluto della sconfitta, iscritto proprio in quella promessa di eternità vana.
LE CONTRADDIZIONI
Il critico Sébastien Lapaque lo fa dialogare con il mal di vivere di Pessoa, trovando fra i suoi versi echi di malinconia e sofferenza, una speranza che si rivela sempre impossibile. Proprio questo è l'argomento più forte a favore di un Houellebecq - poeta prima ancora che romanziere, non dimentichiamolo mentre il sesso ha perso l'arroganza vitalistica degli anni Novanta, ridotto al residuo di una carne che invecchia e cerca la tenerezza degli abbracci, lì dove prima c’era la potenza della virilità.
Recentemente è stato premiato con il Prix Paul-Jean Toulet, assegnato da una giuria che comprende Fanny Ardant e Frédéric Beigbeder. Inoltre, alcuni testi sono diventati canzoni: con Frédéric Lo ha pubblicato Souvenez-vous de l'homme, dodici tracce fra elettronica minimale, pianoforte e drum machine d'epoca, portate per dieci serate al teatro.
Houellebecq alterna quartine di settenari ed endecasillabi variamente rimati a sezioni di versificazione più libera e a pagine di prosa asciutta e tagliente. La rima e il metro regolare non sono un vezzo neoclassico, sono una cassa di risonanza, servono a far tornare ogni volta lo stesso rintocco. Ma oltre le società malate, le civiltà esauste e i corpi danneggiati, Houellebecq non riesce a disperare fino in fondo. Riaffiora il tema cristiano della resurrezione della carne, una «speranza inconfessabile», subito corrosa dalla materialità del cadavere. Il giovane Houellebecq raccontava uomini sconfitti dal mercato, dal sesso e dalla solitudine; oggi racconta un uomo sconfitto dal tempo, perfetta metafora della nostra stessa società che elogia la performance e nega la vecchiaia a suon di filtri sui social network. Houellebecq coglie tutte le contraddizioni del nostro tempo, sempre capace di guardare oltre la carne e l’orgoglio machista, ecco perché ci sorprende sempre.