Un terribile incubo e un bellissimo sogno allo stesso tempo: è il paradosso di Dylan Dog, che domani compie 40 anni. “Aaah!” è la prima esclamazione pronunciata nella tavola di apertura del numero di esordio, uscito appunto il 26 settembre 1986 – e anche la battuta più ricorrente in questi quattro decenni. L’alba dei morti viventi era il titolo: chiaro omaggio al regista George Romero, che anche nel seguito della serie è stato citatissimo: assieme del resto a altri mostri sacri di quel cinema horror che negli anni ’80 era di gran moda, da Dario Argento a John Carpenter. La storia era quella di una vedova che vede ricomparire il marito con l’aspetto di uno zombie, e si rivolge allora disperata all’investigatore dell’incubo Dylan Dog e al suo assistente Groucho.
Entrambi hanno il volto di divi del cinema, secondo un espediente molto usato nei fumetti, non solo nella Sergio Bonelli Editore che pubblica Dylan Dog. Da Gary Cooper-Tex a Audrey Hepburn-Julia passando ad esempio per Jean Paul Belmondo-Blueberry, Louise Brooks-Valentina o Brigitte Bardot-Barbarella. Per non parlare di Robert Taylor, su cui in area Bonelli è modellato Zagor e in area extra-Bonelli Diabolik.
L’ASPETTO
Dylan Dog, un trentenne inglese longilineo che veste sempre allo stesso modo casual con giacca nera, camicia rossa e jeans, è infatti Rupert Everett, anche se il nome viene invece dal poeta gallese Dylan Thomas e dal titolo di un romanzo poliziesco di Mickey Spillane. Ideato da Tiziano Sclavi e disegnato da Claudio Villa ed Angelo Stano, ex-agente di Scotland Yard, la sua pubblicità è «per qualsiasi terrificante e inconcepibile problema rivolgetevi a Dylan Dog, l’indagatore dell’incubo», e per cinquanta sterline al giorno più le spese libera i suoi clienti da zombi, vampiri, lupi mannari e affini. Come Sherlock Holmes suona uno strumento per rilassarsi - nel suo caso un clarinetto – e disdegna alcolici e tabacco. A differenza dello stesso Sherlock non è però affatto insensibile alle belle donne, tutte giovani e disponibili, che cadono fra le sue braccia al ritmo immutabile di una al mese. A volte anche loro sono personaggi da paranormale, ma in qualche modo fa parte del mestiere.
L’inseparabile compagno ha invece non solo il volto di Groucho Marx, ma anche il suo nome e il suo gusto per freddure, doppi sensi e barzellette. Assistente factotum, ha il compito di portare la pistola con la quale Dylan sparerà all’ultimo istante al mostro di turno, mentre lui per tutta la storia spara invece le sue battute. Affermatisi sul mercato del fumetto italiano a colpi di Western, la Bonelli non ha in questo personaggio il suo primo tentativo di esplorare atmosfere diverse e ambientate nel mondo di oggi. In particolare, quattro anni prima aveva esordito Martin Mystère di Alfredo Castelli: archeologo il cui ambito d’indagine confina con quello di Dylan Dog, e infatti i due spesso si incontrano per collaborare assieme, pur litigando.
Come spiegava Sergio Bonelli nelle interviste, però, tra i due c’era una precisa divisione delle sfere d’azione: a Martin la fantarcheologia alla Peter Kolosimo; a Dylan un horror puro come ambito, anche se poi in effetti nella narrazione ci sono anche new wave e umorismo demenziale. Una miscela che Franco Fossati nell’enciclopedia dei fumetti che curò per la De Agostini definì come in apparenza “delirante”, ma che in effetti ha funzionato alla grande. Quando Dylan Dog uscì, infatti, tra i giovani i fumetti venduti in edicola imperavano. Quaranta anni dopo i fumetti che reggono sono quelli che si vendono in libreria, dalle graphic novel ai manga. Nelle edicole a loro volta sempre più in crisi, a parte Topolino e Diabolik reggono in pratica solo alcuni personaggi della Bonelli. E tra questi i due in testa sono appunto il vecchio Tex e Dylan Dog, ognuno con oltre 100.000 copie. Appunto, l’incubo diventato sogno.
UMBERTO ECO
È vero che all’apprezzamento di intellettuali come Umberto Eco per il fumetto non ha corrisposto un gradimento analogo della critica cinematografica per i due film che ne sono stati tratti: nel 1994 Dellamorte Dellamore, appunto con Rupert Everett; nel 2010 Dylan Dog: Dead of Night, con Brandon Routh. In compenso, superando appunto la dicotomia tra parte del mercato in crisi e parte del mercato in crescita questo quarantennale viene celebrato con una storia in due edizioni: per edicola e per libreria. Una riprova in più del modo in cui la lezione dell’investigatore che per affrontare le più terribili angosce ha bisogno dell’aiuto di chi sappia buttarla sul ridere è più attuale che mai. Soprattutto in tempi difficili come i nostri.