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Morselli, il solitario che vide tutto prima

Esce il diario redatto dallo scrittore dal 1938 alla morte tragica, avvenuta nel 1973. Letture, incontri, riflessioni sulla vita e intuizioni sul mondo di cui il tempo avrebbe rivelato lo spessore
di Dario Pregnolato lunedì 5 ottobre 2026

4' di lettura

Un pensatore ai confini del mondo. Per Guido Morselli (1912-1973) corrispondevano alla sua piccola casina rosa da lui disegnata nel 1952 a Santa Trinità di Gavirate, vicino a Varese, ma realizzata solo grazie alla generosità del padre Giovanni Morselli, che gli consentirà di evadere, ritirarsi e interiorizzare silenzio e solitudine di kafkiana memoria. Sarà il suo recinto vocazionale e biologico a partire dal 1958, rifugio ed evasione, un eremo personale per sopperire a quella mancanza di affetto che ne contrassegnò l’infanzia e l’adolescenza, la madre ammalatasi di febbre spagnola morì quando Guido aveva solo 12 anni «bontà e saggezza si incarnavano, per me bambino, in mia madre».

La distruption avvenne con la morte dell’amata sorella Luisa nel 1938, anno in cui comincerà a scrivere il suo diario fino a quando nella notte fra il 31 luglio e il primo agosto del 1973, decise di togliersi la vita con un colpo di rivoltella. Ma come scrisse, «chi sa ascoltarsi vive più vite», così Morselli visse, e profondamente, due vite.

L’AUTODIDATTA VORACE

La prima, da autodidatta vorace e anticonformista, «lettore peripatetico a salti e ritorni», mosso da un disperato bisogno di ricercare se stesso. «La cultura», che si conquistò in solitudine, sosteneva «per me non può essere che un a posteriori, rispetto a ciò che ho conquistato da solo, ossia può fornirmi tutt’al più la conferma di fatti e verità a cui sono giunto per intuizione o per meditazione mia propria».
Persuaso e lungimirante nel sostenere che l’imparare da sé sia indispensabile a formare non tecnici, ma pensatori, fu allergico all’istituzione scolastica, alle cattedre e agli accademici, «gente che non ha mai sentito il bisogno d’andar oltre il segno che le è bastato toccare per conseguire il seggio o la cattedra». Da contraltare scrisse una meravigliosa definizione di cultura: «Colto secondo me è anche chi lo sia solo potenzialmente, in quanto cioè curioso».

Sosteneva che i libri servissero «non solo a soddisfare le nostre curiosità, ma anche a crearne di nuove». Così, da metodico e autodisciplinato, oltre a valersi del metodo cartesiano per inquadrare il suo sentire dolente, «soffro, dunque sono», mise a punto un metodo di lettura “a grappolo”: «Se Croce cita Vico, non lasciar cadere; va’ fino in fondo su questo Vico, altrimenti la citazione di Croce non serve a molto». A grappolo come la struttura concettuale del suo diario, che è uno zibaldone di pensieri, letture, citazioni e commenti critici e che segnerà il suo buen retiro (1952).

LA SECONDA VITA

L’inizio di una seconda vita grigia e decente, a contatto con la natura, fatta di pensiero e parola. Un po’ un guardarsi allo specchio, con i pensieri che inevitabilmente fluttuano inesorabili, interconnessi dai fatti della vita, come il nostro spirito in costante divenire. Un gioco di memoria (passato) e angoscia (presente) sono le riflessioni morselliane, compendiate magistralmente da Valentina Fortichiari in Mi sono conosciuto nel sogno (Adelphi, pagg.441, euro 26). Si legge Goethe: «Valermi delle esperienze della vita è stato per me l’essenziale. Inventare dal nulla non è affar mio»; si respira Croce e l’ammirazione critica al suo storicismo crociano, «per chi attinge alla sua sensibilità più profonda, il passato non è mai morto».

Per Morselli lo stato d’animo, la dimensione interiore hanno un peso specifico superiore alle fredde e deterministiche leggi socio-economiche della Storia, «finché si crede nella storia si crede nel marxismo. Dopo c’è solo l’individuo, il nostro “io”». Come si evince da uno dei suoi romanzi più lucidi, narrati con dovizia e acume, Contro-passato prossimo, che è anche uno splendido invito ad un atteggiamento non di accettazione acritica, ma di valutazione e riflessione di ciò che è successo e potrebbe accadere.

Riflessione seria e ricerca paziente, il suo diario è di ampio respiro, continua sistole diastole tra Nietzsche e Schopenhauer, Marx e Hegel. Morselli, come scrive Fortichiari nella postfazione, pensa narrando, fedele alla sua vita spirituale: «Ogni atto o stato nostro esiste per noi solo in quanto è oggetto di riflessione».

 

Il vaglio personale era il suo marchio di fabbrica che lo relegò alla solitudine e al volontario esilio dal consesso umano. Destino ingrato, come i ripetuti rifiuti da parte degli editori, ma per certi versi eroico e comune a tanti pensatori conservatori, capaci di prevedere senza prevenire e la cui grandezza e attualità vengono riconosciute solo a posteriori. Come scrive nella prefazione Giuseppe Pontiggia, «guai anticipare i tempi in letteratura, la contemporaneità se ne vendica». Ma provate a rileggervi i suoi appunti sulla crisi del romanzo, la cui macchina romanzesca considerava inesauribile: «Questa crisi non è quella narrativa (...) Il narrare domani assumerà forme estra-letterarie in quanto estra-romanzesche. Ma non verrà meno, né domani, né dopo».

Ancora più attuale quello che scrive nel 1949 sull’Unione Sovietica: «Noi sapremo la verità sulla Russia e sul comunismo, solo quando la Russia cesserà di essere un inferno o un paradiso, per diventare un paese semplicemente come i nostri, dove chi vuole può dir forte la propria opinione». Le sue sono profetiche e risultano tremendamente attuali quanto politicamente scorrette. Sul turismo, «fenomeno caratteristico della donna-e dell’uomo di scarsa virilità intellettuale e affettiva. Si può dire (parafrasando Nietzsche): la donna, un problema di cui un viaggetto è la soluzione». Sull’Italia: «il paese dove è estremamente facile fare quello di cui non si ha diritto». Controcorrente e contrario alla banalità dei luoghi comuni: «Il fastidio ch’io provo usando un luogo comune per dare idea di ciò che è in me così individuale e diverso, non è se non il segno del dissidio tra lo Spirito e il mio spirito». Il suo spirito fu leopardiano quando nel 1948 scrisse di ricordarlo così: «Guido Morselli-Amò quanto poté- Non odiò mai».

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