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Dal western a Brecht: così parlò Trump

Il giornalista e autore televisivo ha dedicato al leader repubblicano un libro che è un’agile esplorazione del linguaggio del tycoon alla ricerca delle sue fonti
di Giovanni Longoni giovedì 22 ottobre 2026

4' di lettura

Donald Trump esiste davvero oppure è un personaggio della finzione? Magari lo fosse, dirà qualcuno. Comunque, Trump è doppio già di suo: è il 45° e anche il 47° presidente degli Stati Uniti. Normale che abbia degli alter ego cinematografici o letterari. Prendete il libro che Massimiliano Lenzi, giornalista e autore televisivo, ha dedicato al leader repubblicano: Coraggio, fatti... fottere. Il West(ern) di Donald Trump (Edizioni Efesto, euro 16,50). È un’agile esplorazione del linguaggio del tycoon alla ricerca delle sue fonti. E Trump, sostiene Lenzi con ricchezza di particolari, parla come un personaggio di un western con Clint Eastwood. Più precisamente, come il Biondo de Il buono, il brutto, il cattivo di Sergio Leone. Partiamo dalla famosa frase rivolta agli ayatollah: «Aprite il maledetto Stretto di Hormuz, pazzi bastardi, o vivrete all’inferno». Durante la guerra con l'Iran il presidente ha ripetuto più volte lo stesso avvertimento, con minime variazioni: o un accordo, o l'inferno.

Lenzi lo accosta alla battuta più celebre del film di Leone, quella del Biondo a Tuco: «Il mondo si divide in due categorie, chi ha la pistola carica e chi scava. Tu scavi». Il meccanismo è lo stesso. Frasi brevi, ripetute, costruite per far paura prima ancora che per spiegare. Non è il primo Lenzi a cercare nella fiction le origini di Donald. Da quando, nel 2015, Trump è sceso in campo, critici, registi e commentatori non hanno smesso di cercargli un doppio nella finzione. Il risultato è una galleria affollata, che va da Shakespeare ai Simpson. Nel 2015 lo sceneggiatore Bob Gale raccontò al Daily Beast di aver pensato a Trump per il Biff Tannen di Ritorno al futuro – Parte II (1989): nella linea temporale alternativa Biff è un magnate che domina Hill Valley da un casinò di 27 piani e posa come il suo ritratto gigante.

Poi ci sono I Simpson. Nell’episodio Bart to the Future (2000) Lisa diventa presidente ed eredita un Paese in bancarotta dal “presidente Trump”. Più numerose sono le riletture a posteriori. Un volto nella folla di Elia Kazan (1957), con l’intratteni to re populista Lonesome Rhodes che usa la tv per arrivare al potere, fu evocato già nel 2015 dal conservatore Cal Thomas; Turner Classic Movies lo trasmise il giorno dell'insediamento. Quarto potere di Orson Welles è un caso a sé: è Trump a indicarlo come suo film preferito.

Anche i libri hanno avuto il loro “effetto Trump”. Dopo il voto del 2016 Da noi non può succedere di Sinclair Lewis (1935), con il demagogo Buzz Windrip, andò esaurito online. Philip Roth, invece, respinse il paragone con il Lindbergh del Complotto contro l'America: Lindbergh, disse, era almeno un vero eroe; Trump solo un imbroglione. Anche Shakespeare è stato arruolato. Nel giugno 2017 il Giulio Cesare del Public Theater a Central Park, diretto da Oskar Eustis, aveva un Cesare con ciuffo biondo e cravatta lunga. A Londra l’Arturo Ui di Brecht alla Donmar Warehouse infilava nel testo il muro col Messico e i «giornalisti sfigati», ma la critica giudicò i riferimenti superficiali. Infine c’è Ubu Re di Jarry, al National UBU ROI Bake-Off, di Paula Vogel e Bernard-Henri Lévy, per cui Trump è l’Ubu dei nostri tempi.

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L’originalità del libro di Lenzi sta però in questo: le riletture degli altri inseguono un singolo personaggio; Lenzi invece chiama in causa un intero genere, con i suoi luoghi, i suoi riti e il suo vocabolario. Ogni capitolo ha il titolo di un film o di un’immagine western, e ogni capitolo è un set. Il primo set è la frontiera. Lenzi respinge la metafora dello “sceriffo”, abusata dai critici europei e rilanciata perfino da J.D. Vance. Lo sceriffo, osserva, è il garante della legge; Trump rivendica invece di trovare un limite solo nella propria moralità. Non è il tutore dell’ordine, dunque, ma l'eroe solitario.

Il secondo set è una chiesa di frontiera. Nel capitolo Il Papa ed i cowboys Lenzi racconta le frizioni tra Trump e Leone XIV, il primo papa statunitense. Il terzo set è il saloon. Lo Studio Ovale è diventato una sala da gioco e gli incontri con i leader stranieri si trasformano in duelli: con Volodymyr Zelensky o col sudafricano Cyril Ramaphosa. Il quarto set è la banca della cittadina di frontiera. Per un pugno di dollari racconta il denaro come misura di tutte le cose nella visione trumpiana: il business come forma di diplomazia. Il quinto set è la pista che porta lontano. Il capitolo Cavalcarono insieme racconta la rottura con l’Europa.

L’ultimo capitolo fonde nel titolo due film di Leone, C'era una volta il West e C'era una volta in America, e alza lo sguardo dalla cronaca alla domanda di fondo: il trumpismo è figlio dei tempi o sono i tempi a essere figli di Trump? La risposta di Lenzi è che la comunicazione del presidente – buoni e cattivi, “mi piace” o “non mi piace”, “sei con me o contro di me” – è la grammatica dei social network, che Trump interpreta con talento e spregiudicatezza. Trump stesso ha costruito la propria vita come quella di un personaggio ed è diventato uno specchio in cui ciascuno vede qualcosa. Lenzi ci ha visto un cowboy e lo ha seguito fino all’ultima pagina, dove il titolo del libro finalmente si spiega. L’America, scrive, è cambiata, come cambia il mondo da quando esiste; ma resta libera, e «attenta a non farsi fottere».

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