I maliziosi diranno che ci sono due pesi e due misure, Andreotti, invece, che a pensar male si fa peccato ma ci azzecca sempre. Dagli ultimi dati diffusi dalla Vigilanza bancaria, infatti, emerge un quadro che vede gli istituti tedeschi e francesi imbottiti dei famigerati derivati, sui quali la Bce ha sempre chiuso un occhio. Questo mentre le banche italiane, in ossequio agli stringenti diktat imposti da Francoforte, negli ultimi anni si sono affannate per liberarsi dai crediti deteriorati, svendendoli a prezzi di saldo. Le statistiche della Vigilanza sono cristalline: alla fine del terzo trimestre del 2022, i derivati detenuti dai 113 istituti “significativi”, controllati da Francoforte, sono cresciuti del 67% rispetto allo stesso periodo dell’anno prima, toccando quota 2.679 miliardi di euro. E a farne una scorpacciata sono state proprio le banche tedesche, con attività pari a 1.071 miliardi, e quelle francesi, con 1.003 miliardi.
ECONOMIA REALE
Insomma, mentre la Bce, che di recente ha pure storto il naso sulle politiche troppo generose dei dividendi, continua a mostrarsi inflessibile nei confronti dei nostri istituti, colpevoli di prestare soldi all’economia reale, sui derivati lascia correre. Già nel dicembre 2017 uno studio della Banca d’Italia metteva in guardia verso un atteggiamento troppo compiacente nei confronti di tali strumenti. Nel paper si evidenzia come all’epoca (ma le cose non sono cambiate) una massa enorme di titoli «complessi, opachi e illiquidi» fosse detenuta dagli istituti tedeschi e francesi.
Proprio tali caratteristiche, si legge nello studio, «creano uno spazio consistente per una contabilizzazione discrezionale da parte degli intermediari finanziari, che hanno incentivi a utilizzare questa discrezionalità a proprio vantaggio». La conclusione degli economisti di Bankitalia non lascia spazio a dubbi: «questi strumenti condividono alcune peculiarità con gli Npl (crediti deteriorati, ndr) come l’illiquidità e l’opacità» per cui «sosteniamo che il rischio che comportano potrebbe essere comparabile». A quanto pare, però, la Bce la pensa tuttora in modo diverso. Al punto che a gennaio di quest’anno ha dato un’ulteriore stretta sui crediti deteriorati, decidendo di rendere più stringenti i criteri seguiti dalle banche per valutare il rischio di credito, ovvero quello in cui si incappa nel momento in cui si concede un prestito. Dopo alcuni controlli effettuati sui maggiori istituti italiani, gli ispettori della Bce si sono infatti accorti che i modelli interni adottati erano troppo blandi. Per porre rimedio, è stata imposta una valutazione più severa delle attività detenute in portafoglio che ha ridotto i cuscinetti di capitale che, per legge, le banche devono mettere da parte per far fronte agli imprevisti. Insomma, la tipica attività bancaria è finita di nuovo sotto la lente degli sceriffi di Francoforte. Mentre i derivati, utili, tra le altre cose, a fare pulizia nei bilanci dal momento che migliorano i valori degli indici patrimoniali richiesti dalle autorità di vigilanza, continuano a rimanere fuori dai radar della Bce.