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Serve una nuova fase con un diverso modello di sviluppo

La finanziaria 2026 deve rappresentare per il nostro sistema socio-economico la pietra miliare del prossimo lustro. Un periodo nel quale sarà fondamentale dare corso ad un sistemica innovazione e modernizzazione del modus vivendi e operandi di famiglie e imprese
di Bruno Villois giovedì 1 gennaio 2026

2' di lettura

La finanziaria 2026 deve rappresentare per il nostro sistema socio-economico la pietra miliare del prossimo lustro. Un periodo nel quale sarà fondamentale dare corso ad un sistemica innovazione e modernizzazione del modus vivendi e operandi di famiglie e imprese. La crescita del quinquennio che sta approdando alla fine, è stata sostanzialmente insufficiente e il divario di efficientamento complessivo è rimasto fermo in tutte le componenti essenziali.

L’attuale governo ha avuto il merito di percorrere una strada virtuosa per quanto attiene ai conti pubblici, portando il disavanzo all’equilibrio e cercando di ridurre il debito pubblico, mission impossible con la striminzita crescita che è stata ben distante dal punto percentuale. Parimenti le rappresentanze socio economiche sono rimaste al palo, perdendo punti in rapporto all’accelerazione attuata dai paesi guida, nessuno dei quali è più europeo, visto che l’unico che ne possedeva il titolo, la Germania, ha completamente perso le condizioni per mantenerlo, con la differenza che la forza produttiva e finanziaria dei tedeschi è di gran lunga superiore alla nostra.


Il Pnrr avrebbe dovuto rappresentare per la nostra economia un punto di svolta in grado di accelerare sia l’innovazione, che la modernizzazione. Così non è stato e difficilmente sarà nel restante periodo che resta da qui alla scadenza. L’esecutivo Meloni, meglio di quello che lo ha preceduto, ha saputo ottenere ad ogni scadenza gli importi previsti. Le amministrazioni locali locali a cui era deputato in massima misura il ruolo di mettere a terra le opere finanziate, sono rimaste sovente imprigionate nella burocrazia che loro stesse avevano approvato. Il divario tra la ricchezza e il ceto medio è sostanziosamente cresciuto e il primo portatore di spesa dal dopo guerra all’inizio dell’attuale decennio, ha dovuto limitarsi anche nelle spese ordinarie, in misura così importante da diventare egli stesso al vertice del rallentamento della crescita in ragione della caduta della domanda di servizi e prodotti, non possedendone più le condizioni per poterlo fare.
Adesso servirà una svolta basata su un modello che metta al centro del quotidiano un idea Paese basata sul fare, fare insieme, fare squadra. Impegno del governo dovrà essere quello di stimolarne e agevolarne le condizioni perché si realizzi, ma altrettanto dovranno fare le rappresentanze di ogni componente della società, dimenticando i vantaggi unilaterali e puntando ad un comune denominatore, che si chiama sviluppo, ed evitando di scaricare sugli altri responsabilità che sono proprie e ancora molto diffuse nel nostro Paese. Mi riferisco in particolare all’evasione fiscale, che resta ai vertici europei, al disinteresse diffuso ad ogni livello sociale a rispettare le scadenze, se non sotto pressione sanzionatoria, e ancora, a sostenere la crescita dell’istruzione e aggiornamento rendendole compatibili con una globalizzazione in cui gli scambi economici e produttivi rappresentano il perno strategico della crescita. I ritardi della quale sono da imputare alla politica in misura inferiore a quella degli altri attori del complesso sistema socioeconomico, un sistema che necessita di un coinvolgimento più partecipe.

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