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La nostra reazione di fronte al dramma di così tante guerre

Negli ultimi giorni, il mondo è stato travolto da sviluppi drammatici e imprevedibili nel conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran.
di Steno Sari domenica 8 marzo 2026

2' di lettura

Negli ultimi giorni, il mondo è stato travolto da sviluppi drammatici e imprevedibili nel conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran. Le immagini di bombardamenti, famiglie spezzate, attacchi incrociati e rappresaglie in Medio Oriente non sono più soltanto notizie di cronaca provenienti da un’altra geografia: sono eventi che scuotono le nostre percezioni, ci interpellano e alimentano un senso diffuso di ansia collettiva. La recente escalation, culminata negli attacchi aerei congiunti di Washington e Tel Aviv contro obiettivi iraniani e le successive risposte missilistiche da parte di Teheran, ha segnato forse una delle fasi più acute di tensione regionale degli ultimi anni. La notizia della morte del leader supremo iraniano ha aggiunto un elemento di rottura simbolico e reale, con il rischio concreto di allargare un conflitto che ormai non è più confinato alle frontiere dei tre protagonisti. C’è la consapevolezza diffusa che un conflitto di tali dimensioni potrebbe avere conseguenze profonde sulla nostra vita quotidiana: dall’instabilità dei mercati energetici, all’aumento di tensioni sociali e al diffondersi di paure collettive che travalicano i confini nazionali. In un’epoca in cui l’informazione viaggia più veloce dei fatti, la paura nasce, cresce e si diffonde auto-alimentandosi. E in questa dinamica, la percezione dell’altro - sia esso un popolo, un governo o un’alleanza militare - diventa spesso semplificata, polarizzata, caricata di stereotipi e rancori.

PARADOSSO PSICOLOGICO In tutto ciò si cela una contraddizione emotiva profonda: da un lato l’ansia per il rischio di un conflitto globale, dall’altro la sensazione che i meccanismi politici e diplomatici siano impotenti di fronte all’inerzia della violenza. Le persone vivono una sorta di dissonanza cognitiva: sanno che la guerra non porta pace, eppure assistono a un’escalation che sembra andare proprio in quella direzione. Questo paradosso non è solo geopolitico, è psicologico. E mentre i leader parlano di obiettivi strategici, di sicurezza e di deterrenza, le società civili — qui e altrove — percepiscono crescente incertezza, vulnerabilità e fragilità. Non è solo un segnale di allarme geopolitico; è un indicatore di quanto fragile sia oggi la fiducia nel sistema internazionale e nell’Onu. Siamo di fronte ad un vuoto etico: la difficoltà di concepire e praticare politiche di pace in un contesto in cui la sicurezza nazionale viene spesso confusa con la supremazia militare. Il protrarsi della guerra in Ucraina e delle tensioni in Medio Oriente non sono soltanto crisi internazionali ma ferite aperte nel cuore dell’umanità. È il sintomo di una società che sembra aver smarrito i propri argini morali, nella quale la guerra torna a essere narrata come strumento legittimo, se non inevitabile, per risolvere i conflitti. Forse il vero segno dei tempi è questo: la progressiva normalizzazione dell’idea che l’uomo possa salvarsi attraverso la forza, mentre in realtà — per usare le parole del ministro della Difesa Guido Crosetto — «siamo sull’orlo del baratro».

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