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Mentre Hormuz riapre l'Ue si riscopre inutile

Rotte sbloccate: benzina, bollette e aerei, ecco cosa succede adesso
di Fabio Dragoni sabato 18 aprile 2026

3' di lettura

Quando le agenzie hanno iniziato a battere la notizia che l’Iran stava dichiarando lo stretto di Hormuz «completamente aperto», si è subito compreso che non eravamo di fronte ad una notizia qualsiasi. Primo, perché non proveniva dai profili social di Trump. E noi abbiamo imparato, soprattutto in queste settimane, quanto strumentali siano talvolta le sue uscite. Non che siano prive di fondamento, sia chiaro. Tutt’altro. Solo che i post di Trump servono a propiziare reazioni più che raccontare eventi. Secondo, perché il soggetto di quella dichiarazione era Teheran. Che invero ha subito giustificato il “cedimento” affermando che la riapertura completa dello stretto vale fintantoché rimane in essere il cessate il fuoco in Libano fra Israele ed Hezbollah. Insomma, una sorta di contropartita.

Il non detto di queste dichiarazioni sarebbe che il Libano è come se fosse una colonia di Teheran. La realtà, che i media mainstream nasconderanno, è che il regime ha dovuto cedere. Perché completamente annientato sotto il profilo militare. E perché, come ha giustamente evidenziato ieri la nostra Costanza Cavalli, chi «di blocco ferisce di blocco perisce». Teheran non può reggere che pochi giorni di fronte alla chiusura totale e non selettiva dello stretto. La chiusura “selettiva” era quella messa in atto dalle guardie rivoluzionarie.

Stretto chiuso per molti ma non per tutti. Come vedete non nomino un leader, anche perché non è dato oggettivamente sapere chi sia attualmente il Commander in Chief in Iran. Ammesso che ci sia. Il percorso per arrivare ad un lieto fine è però ancora tortuoso. Il fatto che Trump abbia detto che l’accordo non è legato a quel che succede in Libano potrebbe essere letto come uno sfoggio di cautela. Pur avendo ospitato i negoziati fra Israele e Libano a Washington, la paura che qualcosa possa andare non per il verso giusto serpeggia.

Una volta incassata la resa di Teheran, Trump ha rilanciato ringraziando l’Iran per aver acconsentito a non usare più Hormuz come arma di pressione. Ma per lui nulla cambia. Quindi il blocco americano teso ad impedire che le petroliere arrivino vuote e ripartano piene dall’isola di Kharg rimane. A meno che non si firmi un accordo completo. A partire dall’uranio arricchito che Trump chiama «polvere nucleare». Lo scambio sarebbe grosso modo questo: l’Iran rientra in possesso di 20 miliardi di dollari suoi confiscati in base alle sanzioni, in cambio del pulviscolo atomico da spedire presso un paese terzo sicuramente già dotato di bombe atomiche. Il petrolio ha subito ingranato la marcia in folle per piombare giù in discesa.

Ad onor del vero i mercati finanziari hanno da tempo creduto in una soluzione quale quella che andrebbe ora profilandosi. I prezzi dei futures (contratti a termine con scadenza futura) hanno sempre avuto valori più bassi rispetto a quello a pronti. Se anche l’accordo, come ci auguriamo, andasse in porto ci vorranno non meno di tre mesi perché la situazione torni alla normalità quanto a disponibilità di scorte di petrolio, benzina e quant’altro laddove serve. Ma la prospettiva del ritorno al business as usual è un formidabile ricostituente nel guidare le aspettative degli operatori. Nel frattempo, Nato ed Europa non pervenute. Anzi ennesima figura di palta. Trump ci tiene a dire, e qui siamo nel campo delle sue strumentalizzazioni, che dalla Nato lo hanno chiamato per chiedergli se avesse bisogno di qualcosa. Risposta del Tycoon: «State alla larga a meno che non dobbiate venire a prendere il petrolio. Tigre di carta, non mi sei stata di aiuto quando te l’ho chiesto». Ma è dalle parole del commissario all’energia Dan Jorgensen che si comprende la totale inutilità/incapacità di questa sovrastruttura burocratica. Mentre si delinea una prospettiva di pace il genio se ne esce dalla lampada veloce come explorer lento e con la classica comunistata in salsa europea: “visto che manca la benzina per gli aerei, i vari paesi devono condividerla e redistribuirla”. Niente male come piano di emergenza. 

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