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Basta con l'allarmismo sul prezzo del petrolio: i mercati scommettono sulla fine della crisi

Secondo l'analista Blas, siamo lontanissimi dallo choc del 2008: per arrivare al picco di allora il greggio dovrebbe toccare i 220 dollari al barile. E le Borse continuano a dare per sicura una soluzione in tempi brevi del conflitto in Iran
di Fabio Dragoni domenica 19 aprile 2026

4' di lettura

Javier Blas è forse il più importante analista al mondo quando si parla di materie prime come il petrolio. E si fa domande precise. Ma quanto costa davvero il petrolio? E quanto è cambiato il prezzo negli anni? La domanda non è oziosa.

Con gli smartphone puoi controllarne il prezzo. I social ti tengono al corrente di ogni minima variazione. Le oscillazioni, soprattutto in momenti di forte volatilità come questo, ti vengono segnalate. I commentatori leggono l’evoluzione (o l’involuzione) della crisi partendo dal prezzo del greggio. Se questo scende, bel tempo. Se invece sale, burrasca.

La verità è che forse diamo troppa importanza a questi numeri e finiamo per perdere di vista l’essenziale. Magari ci preoccupiamo inutilmente. O forse ignoriamo i veri segnali di allarme. Le riflessioni di Blas sono illuminanti. La prima riguarda l’esistenza di due mondi. Il primo mondo è il mercato del petrolio. Quello vero. Che cambia di mano.

Che si vede. Che si tocca. Che lo si annusa e quasi “lo si assapora”. Immagine iperbolica, certo, ma che rende l’idea. Il petrolio viene infatti raffinato e quindi scomposto in ciò che veramente ci serve. Sia esso benzina, diesel, kerosene per gli aerei o bitume che serve ad asfaltare le strade.

Per quanto meno saporito o succulento rispetto alla carne di maiale, si scopre che il petrolio è abbastanza simile. Di esso non si butta via niente. E nei momenti di crisi le raffinerie, soprattutto quelle controllate da uno stato, non badano a spese. Che ci vuole. Serve il petrolio e qualunque cifra. Costi quel che costi. Non si può lasciare la gente a piedi. E si scopre, ad esempio, che nelle raffinerie dell’estremo oriente un barile può arrivare a costare anche 175 dollari prima di essere lavorato mentre negli Stati Uniti il costo si ferma anche a 77-78 dollari. Eppure il prezzo globale del petrolio sarebbe teoricamente uguale per tutti. Poi si scopre che così non è. Ci sono infatti i costi di trasporto che possono incidere anche 15 dollari a barile. Si scopre che nei momenti di maggior crisi l’Arabia Saudita impone un premio aggiuntivo di 20 dollari a barile rispetto al prezzo indice. Così come offriva uno sconto di 10 durante i primi giorni del Covid quando il mondo era fermo e nessuno sembrava avere sete di petrolio.
Poi c’è l’altro mondo. Quello dei futures e dei mercati finanziari. Dove si negoziano contratti a termine. A quanto cioè gli operatori sono disposti a comprare o vendere il petrolio fra due o sei mesi o anche più. Talvolta queste sono vere e proprie negoziazioni da parte di operatori che intendono assicurarsi prezzi di acquisto o di vendita ad una certa data. In gergo: hedging. Operazioni tese ad assicurarsi dati prezzi di acquisto odi vendita in futuro. Una condotta prudente assimilabile a quella del buon padre di famiglia. Spesso invece sono operazioni fini a se stesse. Vere speculazioni o scommesse. L’opposto rispetto a prima. Vendo a termine petrolio ad un dato prezzo anche se non ne ho una goccia contando di poter chiudere l’operazione entro quella data comprando un contratto esattamente opposto e compensare. Oppure vendo il contratto acquistato.

Va da sé che il primo mercato è limitato dal greggio in circolazione. Quindi è finito e confinato. Il secondo è invece infinito. I barili di carta (o elettronici) possono arrivare a qualsiasi volume e non hanno bisogno di essere trasportati al contrario dei barili veri. La sintesi a cui arriva Blas è a tratti sorprendente. Per quanto questa crisi sia grave, siamo lontanissimi dallo shock del 2008. In termini reali (con dati cioè depurati dall’inflazione) dovremmo avere un prezzo a 220 dollari per arrivare al picco di allora. Ed ora siamo a 100.

La seconda riflessione è che i mercati finanziari, per quanto innamorati dell’otto volante perché con quello si fanno i soldi, continuano a dare per sicura una soluzione in tempi brevi dell’attuale crisi e non prevedono la fine del mondo di qui a due mesi. Prezzi spesso inferiori a quelli veri attuali.

Chi ha ragione? Per quanto banale, più dello smartphone dobbiamo guardare i prezzi alla pompa. I dati del Ministero dell’Ambiente e della Sovranità Energetica ci dicono, ad esempio, che il prezzo medio alla pompa della benzina a marzo era 1,75. La media negli ultimi venti anni è stata 1,88. Se addirittura ragguagliassimo i prezzi degli ultimi 20 anni ad oggi tenendo conto dell’inflazione, scopriremmo che la media è stata di poco superiore ai 2 euro.

Sul diesel scopriamo invece che il prezzo medio di marzo è stato 1,94 contro una media degli ultimi 20 anni di 1,8. Di poco sopra insomma. Se invece considerassimo il prezzo corretto per l’inflazione saremmo sempre intorno a 1,94 euro. Niente male per un mondo letteralmente strozzato dalla chiusura dello stretto di Hormuz e dalla guerra che in Ucraina dura da oltre quattro anni.

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