È entrato ufficialmente in vigore il decreto legislativo che recepisce la direttiva europea sulla trasparenza retributiva e sulla parità di retribuzione tra uomini e donne. Pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 1° giugno, il testo si propone di ridurre il divario salariale di genere, ma fin da subito ha raccolto critiche sia dal mondo sindacale che da quello accademico, che lo giudicano troppo annacquato e mediato dalla contrattazione collettiva.Il decreto si applica ai datori di lavoro pubblici e privati per i rapporti di lavoro subordinato, a tempo indeterminato o determinato, anche part-time, mentre restano esclusi il lavoro domestico e quello intermittente. Grande centralità viene data ai contratti collettivi nazionali: quelli firmati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative vengono considerati conformi ai principi di parità retributiva, salvo prova contraria di discriminazioni individuali.
Tra le novità concrete, negli annunci di lavoro sarà obbligatorio indicare la retribuzione iniziale o la fascia retributiva prevista, e sarà vietato chiedere ai candidati informazioni sullo stipendio precedente. Le aziende dovranno inoltre rendere noti ai dipendenti i criteri utilizzati per determinare stipendi, livelli retributivi e progressioni di carriera. I lavoratori avranno il diritto di richiedere informazioni comparative sulle retribuzioni all’interno dell’azienda, con risposta obbligatoria entro due mesi.
Le aziende con almeno 100 dipendenti dovranno comunicare periodicamente i dati sul divario retributivo di genere. Nel caso in cui il gap superi il 5% senza giustificazioni oggettive, scatterà una valutazione congiunta con le rappresentanze sindacali. Critici sostengono però che il provvedimento rischi di rimanere poco efficace, soprattutto perché esclude dal calcolo molti elementi variabili della retribuzione (superminimi, premi, indennità personali) dove spesso si annida la discriminazione reale.