Ogni qualvolta l’orizzonte socioeconomico rabbuia, ecco tuonare il demone dell’evasione e accusare il lavoro autonomo di essere il massimo responsabile. Sicuramente c’è del vero, ma anche dell’esagerato. Il totale del numero dei lavoratori autonomi, sotto forma giuridica di persone o capitali, è di circa 5 milioni, il 98% è nella fascia di giro d’affari ben sotto il milione e di reddito netto tassabile che scarseggia i 20 mila euro annuo. Il moltiplicarsi nei decenni sia delle micropartite Iva, sia delle crisi aziendali che hanno spinto fuori dal lavoro miriadi di occupati, soprattutto del settore terziario e, in particolare, di quello dei pubblici esercizi. Una situazione che è appesantita non solo dagli scarsi ricavi, ma anche dai costi di esercizio aumentati di quelli burocratici, fiscali e amministrativi. Tutte condizioni che spingono verso elusione ed evasione pur di stare in piedi. Il tempo in cui «piccolo è bello e vincente» è ormai tramontato da decenni, mentre il grande e forte è scarsamente nato.
Ora serve fare i conti con una platea di microimprese che traballano e certo non concorrono alla raccolta fiscale, né previdenziale. Nonostante questa debolezza, il Pil 2026 è resiliente ben oltre il prevedibile e potrebbe avvicinarsi a una crescita prossima al punto percentuale e quello pro capite migliorare sensibilmente riducendo il divario tra salari e inflazione del biennio 22-23, seppur ora in ripresa. Anche solo per una mini ripresa è necessario che tutti gli attori della catena del valore e dei consumi facciano la loro parte, seguendo la traccia governativa per aiutare i redditi più bassi e stimolarne il loro potenziale.
Le tensioni internazionali hanno sicuramente spinto gli italiani ad incrementare la propensione al risparmio, nonostante bassi salari del lavoro dipendente, ma anche del reddito in contrazione di quello autonomo, ossia hanno puntato a difendere piuttosto che osare. A disincentivare i consumi o indirizzarli verso quelli meno costosi, gioca pure il modificarsi dello stile di vita di ogni ceto sociale che ha una maggior propensione alla spesa per il tempo libero a discapito di quella dei beni voluttuari, condizione che ha contribuito al calo della produzione industriale da oltre 12 quarter, mettendo a rischio, seppur in misura ancora contenuta l’occupazione e aumentando il ricorso alla cassintegrazione. Solo un vero e corposo rilancio del Pil, con un crescita vicina al 2%, potrà ridare una svolta ai redditi e di riflesso ai consumi. Per darvi corso è necessario che il lavoro dipendente venga agganciato alla produttività e che quello autonomo venga supportato per evitare un tracollo di microimprese e per aumentare dimensioni e investimenti, condizioni che favoriscono l’aumento reddituale e quindi di poter far fronte ai costi imposti dalla burocrazia e anche di rinunciare ad evasione ed elusione.
In contemporanea, però, serve anche che la spesa pubblica sia più ordinata, con meno sprechi e più efficientamento dei servizi e infine che le categorie economiche siano più coinvolte e ascoltate dalla politica.