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Franco Frattini sulla Libia: "L'Italia sta perdendo la partita per colpa del Pd"

di Gabriele Galluccio domenica 12 gennaio 2020

3' di lettura

«La crisi libica, per gli interessi italiani, è più pericolosa di quanto sta accadendo in Iran. Il nostro Paese, per i peccati di incertezza commessi a partire dai governi Letta e Renzi nel 2013-2014, rischia di essere tagliato fuori dalla possibile partizione del Paese secondo le diverse sfere di influenza: russe e turche. Scenario da cui abbiamo tutto da perdere». Franco Frattini, due volte ministro degli Esteri nei governi di centrodestra, ex commissario Ue a Giustizia e Sicurezza, non ha dubbi: l'Italia ha giocato malissimo la partita libica. Adesso per recuperare posizioni non c'è che una strada: promuovere un'iniziativa in sede europea che favorisca la «riconciliazione nazionale tra Serraj e Haftar, anche attraverso la formazione di una forza di interposizione militare Ue lungo la linea di confine tra le due parti. Come avviene in Georgia e Ucraina. Questo sarebbe il vero colpo grosso». Per approfondire leggi anche: Feltri sull'Iran: "Vedremo di tutto tranne l'atomica" Mediterraneo e Medio Oriente sono in fiamme. L'incendio iraniano è destinato a spegnersi o a divampare? «Quella dell'Iran è stata una reazione minima per non perdere la faccia. Teheran doveva necessariamente agire per dimostrare di non avere "stra-perso". Non dimentichiamo che il popolo pochi giorni fa protestava per il caro vita e il prezzo della benzina. Detto questo, credo che Khamenei, la Guida suprema, eviterà di lanciarsi in un'escalation militare. Sa di essere circondato da Stati ostili. Non a caso si è sempre opposto al "partito della guerra" interno, rappresentato da Soleimaini e dal suo successore, Ghaani». Lei scommette ancora sulla leva dell'accordo nucleare del 2015. Perché? «Perché se noi europei non facciamo sforzi per riprendere il dialogo con Teheran, facciamo il gioco di chi in Iran non vuole l'intesa. E anche in questo campo abbiamo tutto da perdere. Che guadagniamo dalla proliferazione nucleare? Se il "deal" salta, pure i sauditi vorranno la bomba, e l'area diventerà una polveriera. Io ne sono testimone». Di cosa? «Nel 2015 andai a Teheran, invitato dal Consiglio di sicurezza iracheno. E già allora alcuni settori iraniani contestavano l'accordo in nome delle eccessive riduzioni subite. Logico che ora, da leoni feriti, cerchino di riavere le mani libere. Ma l'Unione europea deve riprendere da dove abbiamo lasciato, legando l'Iran al dialogo. Teheran potrebbe avere interesse a giocare di sponda con l'Europa». Ma questo non rischierebbe di indispettire Trump? «Noi italiani abbiamo molto da offrire a Washington. I soldati in Iraq e Libano, ad esempio. L'Italia, l'Europa, proprio adesso che gli Stati Uniti si stanno disimpegnando dal Medio Oriente, possono giocare un ruolo decisivo. Agli Stati Uniti dobbiamo dire, ad esempio: meglio la divisione dei compiti che 10mila soldati Usa in Iraq». Come valuta l'improvviso attivismo di Palazzo Chigi sulla Libia? Il premier Conte ha incontrato Haftar e puntava a vedere anche Serraj. «L'Italia ha peccato di incertezza. Sono almeno sette anni, iniziando con il governo Letta, che non sappiamo chi sia il nostro interlocutore. Prima abbiamo appoggiato Serraj; poi abbiamo preso contatti indiretti con Haftar - dispiegando l'ospedale da campo vicino Bengasi -, infine, una volta visto l'attivismo francese, abbiamo preso contatti diretti con il generale. Risultato: siamo stati ritenuti inaffidabili. Gli inviti a Roma rispondono all'esigenza di superare la sensazione di aver scontentato tutti». Quale il momento chiave? «Il momento migliore, per l'Italia, c'è stato nel 2018 alla conferenza di Palermo. All'invito a Serraj e Haftar doveva seguire la guida della riconciliazione libica, invece alle promesse non sono seguiti i fatti. Per l'Italia è indispensabili parlare con tutti. Incluse Mosca e Ankara. Quindi bene ha fatto il ministro degli Esteri, Di Maio, a incontrare l'omologo turco Cavusoglu. Però non basta». Cosa dovrebbe fare l'Italia per recuperare terreno? «Promuovere una forte iniziativa europea per riprendere il cammino della riconciliazione nazionale. Abbiamo tutto da perdere, anche a livello petrolifero, dalla divisione della Libia in zone di influenza russe e turche: saremmo tagliati fuori. Dobbiamo offrire alle due parti in campo qualcosa di concreto: l'Ue, finora assente, faccia da garante: guidi una forza di interposizione lungo la linea di confine di Serraj e Haftar. Altrimenti a loro due converrà tenersi i rispettivi protettori».  di Tommaso Montesano

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