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Bielorussia, le mille bombe atomiche: il tormento di Vladimir Putin

di Renato Farina lunedì 26 giugno 2023

4' di lettura

Quel che accadrà è una incognita da fine del mondo. Il punto di sensibilità estrema si è spostato ad Ovest, in Bielorussia, dove Aleksandr Lukashenko ospita oggi i due protagonisti più accreditati del futuro non solo di Putin ma anche di quello dell’Ucraina e, per un domino inesorabile, del nostro: 1) oltre mille ordigni nucleari tattici russi; 2) il padre padrone della Wagner, Evgenij Prigozhin. Costui ha interrotto la marcia su Mosca del convoglio militare di circa diecimila soldati in assetto di guerra. Ne ha invertito la rotta e si è messo nelle mani del dittatore di Minsk, dopo un misterioso colloquio su linee criptate. Che cosa si sono detti i due? Qual è l’accordo? Lukashenko era e resta alleato di ferro di Putin, ma non per forza suo subordinato. Lukashenko era Lukashenko, con una conoscenza assoluta delle viscere degli apparati sovietici, prima che Putin fosse Putin. Se quest’ultimo proviene dal Kgb, in posizione non di prima fila nelle gerarchie e con la sua ascesa ha provocato invidie cui ha rimediato con vaste epurazioni, il corpulento presidente bielorusso ha da sempre in pugno i suoi servizi segreti, di efficienza e preparazione tecnica superiori, e nei documenti interni attribuisce loro il medesimo e glorioso e orrendo nome di Kgb. 

TESTA A RISCHIO
Si tratta di capire i contenuti di quel dialogo, essendo chiaro che i suoi contenuti sono stati concordati (tutti?) con lo zar. Di certo- assicurano media bene informati per garantirsi da eventuali eccessive pretese di Progozhin, il leader del Cremlino ha spedito la polizia politica a lui devota nel sancta sanctorum del capo della Wagner a San Pietroburgo, mettendo le mani sul tesoro del suo cuciniere di cibo e di golpe africani: denaro (44 milioni di euro in contanti: la paga del soldato?), documenti, e tutto ciò di cui è necessario impossessarsi per mantenere a sé fedele il concittadino, indispensabile a Vladimir per conservare il timone della Russia. I prossimi giorni riveleranno se davvero Putin si è rafforzato- come sta accreditando la Cina confermando, a marcia su Mosca rientrata, il proprio sostegno a Vladimir -; intanto si stanno sollevando le nebbie su quanto hanno determinato i movimenti tellurici che hanno investito il Cremlino e i vertici del potere militare. Prigozhin si sarebbe mosso per regolare i conti con il ministro della difesa, Sergej Shoigu. Da tempo ne esigeva la rimozione, ma l’amico Putin, capace di repulisti in ogni settore della sua stessa nomenklatura, non voleva o non ne era stato capace. Secondo nostre fonti, è vera la seconda ipotesi. La marcia su Mosca, sia pure apparentemente abortita, è riuscita perlomeno a «neutralizzare Shoigu», il quale è sparito dai radar, di fatto sgombrando dal campo un contendente dello Zar (e un crudele perdente nella rovinosa aggressione a Kiev, secondo Prigozhin).

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Sono bastati poche migliaia di soldati a liquidare il capo di un’Armata un tempo leggendaria? Secondo nostre fonti, mentre i servizi italiani e tedeschi non credevano alla invasione russa, gli americani e gli inglesi sapevano perfettamente cosa si preparasse, tenendone al corrente la parte dell’intelligence ucraina non infiltrata dal Gru. Shoigu diede assicurazioni a Putin che sarebbe riuscito ad eliminare (= ammazzare) Volodymyr Zelensky con il blitz delle prime ore del 24 febbraio 2022. Con il consenso del Cremlino coinvolse i miliziani della Wagner, a ricevere l’ordine fu il capo militare Konstantin Pikalov, vice di Prigozhin. Fu un massacro. Perirono 87 tra i migliori combattenti della milizia, vero nerbo delle forze russe dovunque nel mondo. Erano stati gettati in bocca alle truppe scelte ucraine, sostenute da “consiglieri” Usa e inglesi. Da quel momento, Shoigu divenne bersaglio ostinato del “cuoco”, che a quanto pare alla fine se l’è cucinato. Prigozhin ha cercato di delegittimarlo davanti al popolo russo, la reazione del ministro della Difesa è stata stupida inviando per avvertimento elicotteri a colpire la coda dei wagneriani. Risultato: una specie di pantomima. Vladimir che parla di «pugnalata nella schiena», Evgenij che si dispiace che Putin dica queste brutte cose, e che in realtà «loro sono i veri patrioti». Mai una parola contro lo zar, che revoca il mandato di cattura, e lascia che l’amico furente trovi rifugio a Minsk.

IL PESO DEI SERVIZI
Occorre una premessa. Non esiste un esercito russo professionale. Sono poche migliaia quelli in grado di affrontare una guerra. Il numero di quelli che reggono il confronto con le truppe scelte americane e inglesi si è ulteriormente ridotto per la sconsiderata aggressione all’Ucraina del 24 febbraio scorso. Può dispiacere a qualcuno saperlo, ma aveva perfettamente ragione Silvio Berlusconi quando più volte si è lasciato registrare quando raccontava che a quella decisione sciagurata l’«amico Vladimir» è stato costretto dai vertici militari e dei servizi (Fsb, cioè ex Kgb; e Gru, l’intelligence militare) che gli hanno garantito una soluzione rapidissima e senza spargimento di sangue. Fiasco. Putin ora ha due armi: seimila atomiche, e la Wagner. Che adesso sono in buon parte nelle mani di Lukashenko. In attesa di capire se Putin si è rafforzato o no all’interno del suo recinto, di sicuro si è indebolito all’esterno, le sue truppe sono demoralizzate. E il rischio di un colpo di testa atomico, di chiunque sia la testa, russa o bielorussa, è ipotesi tremenda ma possibile. 

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