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Indy Gregory, non può essere lo Stato a decidere di vita e di morte

venerdì 10 novembre 2023

2' di lettura

No, non è proprio il caso di entrare nel terreno – che non ci appartiene e non ci compete – delle diagnosi mediche: l’arena pubblica, italiana e non, è già stracolma di medici ed esperti fin troppo ciarlieri che, all’apparire di una telecamera, si pronunciano pure su pazienti che non hanno mai visitato. Figurarsi se a questo spiacevolissimo andazzo dovessero contribuire anche giornalisti e commentatori.
Per ciò che riguarda la piccola Indi – in particolare – il punto è di principio. E non riguarda lo spartiacque, in questo caso inesistente, tra laici e credenti, ma quello tra statalisti e non.

Da liberali, vorremmo che lo Stato decidesse il meno possibile sulle nostre vite. Molti di noi, se e quando sarà, ad esempio, non vorrebbero che fosse lo stato a negarci la possibilità di porre fine a un’esistenza eventualmente devastata da una sofferenza insostenibile. Ma al tempo stesso – e qui ci mettiamo nei panni dei genitori della bimba – non vorremmo neppure che fosse lo stato a negare un ulteriore tentativo di cura.

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«Io voglio che la mia bambina viva. Viva per più tempo possibile. Lei è una bambina che vuole vivere...

Ci permettiamo dunque di proporre un criterio diverso rispetto a quelli che abbiamo sentito evocare in questi giorni. Qualunque sia l’orientamento di ciascuno nel merito, la vera distinzione è tra chi in ultima analisi preferisce la scelta pubblica e chi – come si suggerisce in queste righe – punta invece sulla scelta privata. E’ sempre meglio allargare la sfera della decisione privata (comprimendo quindi l’area della decisione statale): sia se una persona malata incurabile desidera porre fine alle proprie sofferenze, sia se invece, come in questo caso, si tratta di tentare ancora un percorso terapeutico.

Obietterebbero alcuni: in questo caso, però, la bimba non è in grado di scegliere da sé. Ed è vero: sarebbe sempre meglio poter disporre della decisione individuale della specifica persona interessata. Ma se questo non è possibile, si torna al solito bivio: preferiamo che sia un burocrate, un giudice, comunque un uomo o un apparato dello stato a decidere, o preferiamo che siano i genitori? Tutto considerato, non si può avere alcuna esitazione nel puntare sulla seconda ipotesi.

E– senza polemica – è il caso di far osservare alla sinistra che è contraddittoria l’intermittenza che mostra verso il rispetto della decisione privata: dovrebbe valere sempre in caso di aborto e di fine vita, ma improvvisamente non vale più se un papà e una mamma cercano di bussare a un’ultima porta terapeutica? Meglio essere coerenti, e far valere sempre un criterio di libertà, non solo a targhe alterne.

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Redazione