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Trump, svolta nel caso Stormy Daniels: crolla il testimone chiave dell'accusa

di Matteo Legnani martedì 21 maggio 2024

3' di lettura

La terza apparizione di Michael Cohen sul banco dei testimoni si è rivelata essere quella buona, per i legali di Donald Trump. Ieri, l’ex avvocato e braccio destro del tycoon si è nuovamente presentato davanti alla giuria che deciderà sulla colpevolezza (per corruzione e falsificazione di documenti contabili) dell’ex presidente degli Stati Uniti nel caso Stormy Daniels. Gli avvocati di Trump, Emil Bove e Todd Blanche, che già la scorsa settimana avevano discretamente “grigliato” il teste più importante portato in aula dalla procura distrettuale di New York, ieri sono riusciti nell'impresa di fargli ammettere di aver rubato soldi alla Trump Organization, quando ancora lavorava al fianco del tycoon. La vicenda è legata all’incarico che lo stesso Cohen nel 2016 affidò alla società Red Finch perché fornisse alla campagna di Trump una serie di servizi, tra i quali vi era la raccolta di sondaggi favorevoli all'allora candidato repubblicano alla presidenza. Il corrispettivo di quei servizi ammontava a 50mila dollari.

Cohen ha raccontato ieri in aula di aver pagato in contanti, «messi dentro una busta di carta marrone», alla Red Finch una prima tranche della somma pattuita, pari a 20mila dollari. Ma quando l’azienda non gli ha più chiesto i restanti 30mila, ha comunque preteso dal responsabile finanziario della campagna di Trump, Allen Weisselberg, il rimborso di tutti i 50mila dollari inizialmente richiesti dall’azienda. E a Todd Blanche, che gli chiedeva se lui, dunque, avesse rubato soldi alla Trump Organization, Cohen ha semplicemente risposto: «Yes, sir». Sissignore. Quel che si sa, perché è emerso in precedenti testimonianze anche davanti al Congresso, è che tra il 2016 e il 2017 Cohen ricevette da Trump una somma di circa 420mila dollari, che gli avvocati della difesa sostengono fossero il corrispettivo per le sue funzioni di avvocato. Lui, invece, sostiene che quei soldi furono, almeno in parte, il rimborso di quanto da lui pagato a Stormy Daniels su ordine dello stesso Trump perché la pornostar non rivelasse una relazione con l'allora candidato repubblicano risalente al 2006. Certo, Cohen parla sotto giuramento. Ma è legittimo chiedersi come faranno i giurati a credere a uno che ha ammesso platealmente di aver rubato denaro al suo stesso datore di lavoro. E che, oltre a ciò, si è scoperto essere un bugiardo, visto che nel 2018 disse al Congresso che Trump nulla sapeva dei soldi versati a Stormy Daniels.

Dopo due giorni in cui l’accusa lo aveva raffigurato come una persona pronta a tutto pur di compiacere le richieste del suo capo (Trump), quel che emerso dalle due giornate di udienza in cui è stato contro-interrogato dagli avvocati della difesa è che Cohen abbia agito fedelmente per conto del suo datore di lavoro fintanto che lo poteva “mungere”. E che poi gli abbia voltato le palle non appena ciò (tra il 2018 e il 2019) non è stato più possibile e gli si sono presentate altre allettanti fonti di introiti come libri e comparsate televisive in cui da fedelissimo trumpiano si è trasformato nel suo principale accusatore.
Lui stesso ha raccontato come dal 2020, tra libri e podcast incentrati suoi rapporti con Trump, abbia incassato una somma di circa 4 milioni di dollari. Ancora ieri, nell'aula del tribunale distrettuale di New York, non si è fatto alcuno scrupolo quando ha spiegato di ambire a «un posto al congresso, visto la fama che mi sono guadagnato» e di essere in trattative per uno show televisivo incentrato proprio sulla sua collaborazione pluriennale con Trump. Di fatto, colui che per l’accusa doveva essere il chiodo nella bara dell’ex presidente degli Stati Uniti, si è rivelato un uomo attaccato al denaro al punto da rubarne al suo datore di lavoro, un bugiardo e una persona motivata da una sfrenata ambizione. Un bluff per l’accusa che aveva impostato per intero il suo impianto accusatorio sulle dichiarazioni dell’ex collaboratore di Trump. Altri “assi” nella manica la procura di New York non ne ha e il processo si avvicina ormai al suo epilogo, previsto già la settimana prossima dopo le dichiarazioni conclusive delle due parti.

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